Vedere oltre la città: The Visionary Europe, maggio 2013. Berlino.

NoisyVision
www.noisyvision.com

Vi siete mai chiesti cosa siano quei bottoni gialli che non si possono premere al semaforo? Mettete una mano lì sotto, e li sentirete vibrare quando scatta il verde. E la pavimentazione dei marciapiedi di Berlino, che hanno una striscia di pietra al centro e i sampietrini ai lati? E le uscite dei portoni, che hanno ancora altra pavimentazione? Le piste ciclabili che sono rosse e hanno una pavimentazione diversa dal marciapiede? Perché Berlino è fatta come è fatta?

Per capirlo dovreste mettervi nei panni di chi ha impedimenti a muoversi “normalmente”. “Provate”, suggerisce Dario Sorgato, “a indossare occhiali neri con una fessura al centro, simulando un campo visivo ristretto: vedere meno vi farà immediatamente scorgere la ragion d’essere di moltissime cose che non notate di solito”. Dopo qualche minuto vi sarete presi qualche porta di vetro in faccia (a seconda di dove fate l’esperimento), avrete magari mancato un gradino prendendovelo sugli stinchi e sarete rimasti impigliati in almeno un manubrio di bicicletta.

Dario di queste cose è un esperto, e da anni raccoglie, commenta e diffonde informazione sul tema dell’ipovisione dal suo sito www.noisyvision.com.

Quest’anno a Berlino ha deciso di condividere le sue conoscenze e la sua intraprendenza contagiosa con altri giovani europei che come lui sono affetti da ipovisione. Così è nata l’idea per il seminario The Visionary Europe, che a maggio 2013 ha portato a Berlino sedici giovani europei per una settimana di laboratorio sui temi dell’ipovisione e dell’accessibilità delle nostre città.

Berlino – diciamolo – ha vinto il premio per l’accessibilità 2013. È quindi un territorio privilegiato sul quale lavorare. Ma è anche, proprio in quanto “migliore” città, quella dove le lacune della progettazione urbanistica saltano agli occhi con maggior facilità.

L’idea del workshop è nata nel 2011 nella mente di Dario Sorgato e Olga Gerstenberger, che hanno subito avviato l’iter burocratico per far approvare e finanziare il progetto dall’Europa (appoggiati dall’associazione ProRetina), mentre coinvolgevano anche Karina Chupina, che li ha affiancati come trainer per le attività di gruppo della settimana.

“Per approcciare un tema vasto e complesso come quello della percezione siamo partiti dalla città – Berlino, e da tre categorie nelle quali far ricadere le nostre osservazioni: Visibility, Usability, Mobility.” Nella città sono state individuate dagli organizzatori quattro zone campione, e il gruppo è stato diviso in squadre, ognuna delle quali ha esplorato una o più zone di Berlino annotandone pregi e difetti per le esigenze degli ipovedenti. I partecipanti al progetto sono tutti affetti da problemi alla vista, di diversa natura e grado e derivanti da diverse patologie.

I dati raccolti in giro per la città sono stati elaborati durante i rimanenti giorni di lavoro. Prima i visionari li hanno catalogati partendo dai sensi implicati in ogni percezione. Poi hanno ricordato le città da cui provengono, hanno richiamato alla mente la loro esperienza in giro per Berlino e hanno liberato la loro fantasia nell’immaginare una città ideale, “il posto nel quale vorrebbero vivere”. E hanno disegnato marciapiedi arancioni, palazzi di gomma, accorgimenti grandi e piccoli, realistici e utopici, per un mondo a misura di ogni visione.

Dario e Olga desideravano soprattutto giocare e coinvolgere persone ipovedenti nel loro gioco, che si muove sul territorio dell’ironia e della sdrammatizzazione, ma anche della profonda e corretta informazione, insegna a riconoscere le cause e le implicazioni dei propri limiti, e così anche la loro flessibilità e il loro immenso pregio, ed educa a non prendersi mai, in nessun istante, ferocemente sul serio. Uno dei mostri da sconfiggere per Dario era la paura e la vergogna di chi ci vede meno degli altri ad esporsi e relazionarsi da dietro questo svantaggio. Per molti, una volta subentrati i problemi della vista, è difficile esporsi e farsi conoscere al mondo come ipovedenti.

Era molto importante per questi visionari dare la possibilità a quante più persone possibile di muoversi, viaggiare, scoprire e creare. Il gruppo ha giocato insieme, ha discusso, ha osservato e imparato e pensato e sognato.

La realtà e la fantasia, il reale e l’ideale, si sono guardati e confrontati nell’Europa visionaria, e nella fase finale del progetto il gruppo ha raccolto tutto il materiale prodotto, le rilevazioni e le utopie, e le ha sintetizzate in una serie di proposte concrete e realizzabili da proporre alle amministrazioni di diverse città. Il gioco è diventato una cosa seria, l’immaginazione e l’intraprendenza di poche persone sono diventate politica.

Gli occhi del gruppo che ha guardato Berlino nei sei giorni del progetto hanno confermato quello che Dario sapeva già da tempo: l’unico modo per vivere bene è accettare i propri limiti, qualsiasi essi siano. Di più: andare a spasso sui propri confini, diventare i propri limiti, valorizzarli come la parte più autentica e speciale di sé. Che poi sia una cosa facile non lo dice lui e non lo dice nessuno. In tutta la conversazione che ho avuto con Dario, nei suoi testi e nel materiale del laboratorio non c’è traccia di diniego o ingenua illusione. C’è la pazienza di imparare a conoscere sé e il mondo con gli strumenti che si hanno, gettare quelli inadeguati e sfruttare al meglio quelli che aiutano. Cercare le definizioni che ci aiutano a orientarci, cercare di diffondere le proprie esperienze e collaborare. Cercare l’appoggio degli altri, nel braccio di un amico che ci sostenga o nella collaborazione per un progetto come The Visionary Europe.

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