Profondo Rosso: nel tempio di Kapoor a Berlino

kapoor-shooting into cornerAnish Kapoor in Berlin

Martin Gropius Bau – Niederkirchnerstrasse 7 (PotsdamerPlatz U2)

18 Maggio – 24 Novembre 2013

10:00- 19:00; chiuso il martedì

Se un tempo le arti erano ammalate di “categorismo” e assegnavano il colore alla pittura, la forma alla scultura, il tempo alla musica, Anish Kapoor (Bombay, 1954) affonda in questa asettica classificazione un bisturi rovente per sventrare ogni confortevole ripartizione della mente e dell’estetica. Dal bagno di sangue le Muse riemergono maestose, sacrali, feroci. E rosse. Assolutamente rosse.

Rosso è vita. Rosso è morte. Rosso è sacrificio, rosso è nascita. Rosso è il sole che sorge e rosso poi di nuovo al tramonto. L’arte di Kapoor sta nel trovare un corrispettivo materiale e spaziale a questo colore, avvolgendo lo spettatore in una esperienza dei sensi totale, dove il tempo si trasfigura in forma e la forma brucia di colore.

Per la grande mostra di Berlino Kapoor ha perciò immaginato Symphony for a Beloved Sun, una potente macchina scenica in cui, con la sofferta lentezza di uno schiavo o di un sacerdote ugualmente ancestrale, enormi nastri trasportatori sollevano blocchi di cera scarlatta per farli precipitare in mucchi deformi dinanzi a un grandioso, rossissimo disco solare. Passa il tempo e i blocchi si accumulano, si squagliano, si fondono in una massa carnale e deforme. Forse un giorno l’intero atrio del Martin-Gropius-Bau ne sarà pieno. Potreste (o dovreste) tornare di nuovo dopo qualche mese per contemplare la totale trasfigurazione dello spazio attraverso un’azione meccanica e magica: una scultura che si modifica nel tempo e che al tempo stesso modifica lo spazio intorno a sé. Unica invariante: il sole. Impassibile come dio egizio. Fisso, cieco, muto. Riceve le offerte di un’umanità macchinosa e abbrutita, schiava o devota al suo lavoro. Sbaglio o sento un’eco di frusta? Un gemito o una preghiera? E il colore rosso diviene un po’ sinistro. Non più aurora, ma stella che si spegne.

Sarà forse l’aura decadente del museo, con il suo sfarzo inizio secolo sfregiato dalla Seconda Guerra Mondiale e i suoi vicini di casa nazionalsocialisti (siamo a due passi dalla Topografia del Terrore), ma in tutte le opere selezionate per questa grande mostra berlinese si manifesta una invincibile attrazione per il vuoto, un’ansia dei momenti ultimi, il respiro che si ferma davanti alla fine o meglio, al misterioso: Kapoor catturerà i vostri occhi con i suoi buchi neri (indecifrabili, di un nero così denso che dubiterete della loro stessa esistenza: io mi sono messo a strisciare per capire se fosse una macchia o una buca. É una buca), e soprattutto con Death of Leviathan, dove l’artista mette in scena la morte di un’opera d’arte, di una sua opera d’arte, un’immane struttura gonfiabile concepita per il Grand Palais di Parigi trascinata a Berlino e lasciata agonizzare nelle stanzette borghesi del Gropius Bau, come una balena macellata su un parquet di gran lusso, fino a che tutta l’aria non sarà uscita e di lei resterà solo una pellaccia vuota. Una grandiosità estinta. Che riempirà con la sua assenza tutto il museo.

E ancora sculture trafitte e bucate, stampi di resina color cadavere (e se volete anche un po’ fetidi, ma sono le esalazioni chimiche della resina stessa), specchi distorcenti, mucchi di cenere, e sempre rosso, rosso materico, cereo, grattato, scavato, affettato, aggrumato, ammonticchiato in un’attenta e raffinata devastazione dello spazio museale.

É chiaro: è in corso una guerra tra l’artista e lo spazio. Kapoor ha sempre giocato sull’aspetto polemico della sua opera nel suo habitat e lo abbiamo visto vincere nelle piazze barocche, in mezzo ai grattacieli, nel verde della natura, o nelle ampie volte di fabbriche dismesse. Qui la leziosità del museo si accompagna a un certo teutonico rigore che mal si sposa con il suo intento devastante: è ad esempio penoso scoprire che è impossibile muoversi intorno alle sue sculture di specchio perché è stata tracciata una riga che vieta allo spettatore di spostarsi nello spazio (e allora quelle sculture non funzionano per niente) o trovare ovunque cartelli ammonitori che  invitano a tapparti le orecchie a tapparti il naso, a stare al tuo posto, a non lasciarti toccare, offendere, attirare… a non strisciare per terra per capire se una scultura esiste o non esiste. La provocazione rovente riceve un bel secchio d’acqua fredda addosso (made in Germany).

Ma Kapoor non ama perdere le sue guerre e sfodera perciò la sua arma segreta: Shooting into the Corner è un vero cannone che spara blocchi di cera rossa contro il muro del museo, imbrattandolo di una colata sanguigna o intestinale, informe, aggressiva. Come mettere Jackson Pollock in 3D e mandarlo con Matta Clark a buttare giù il museo.

In questa battaglia, che reclama libertà, che invoca sacralità, di fatto Kapoor non si presenta solo: la sua è un’arte che arriva alla fine di un mondo, alla fine degli -ismi, informal, conceptual, minimal, anti-form, land-art, tutta una schiera di artisti capelloni o rasati, ossuti, occhialuti, alcolizzati, accademici, chiccosi o sbandati a cui si accompagnano i demoni e gli dei armati fino ai denti della sua terra natale, la sua terra rossa, l’India e qualche strana inquietante divinità del Nilo. Un esercito di culture, un esercito di forme d’arte che Kapoor convoca nel suo tempio, davanti al suo sole. A celebrare un sacrificio. Ad invocare una rinascita. Un mistero rosso, profondo.

 

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