The Truth Booth Project – perchè anche il vostro sguardo non sia dimenticato

MG_8767-700x466Quando accompagno le persone al Memoriale del Campo di Concentramento di Sachsenhausen i loro occhi cambiano, cambiano di continuo, in tutta la giornata, come il cielo nuvoloso del Brandeburgo. Si inumidiscono, si svuotano, si spengono, si riaccendono, a volte si allontanano, a volte cercano un momento forzato di simpatia e ti inseguono per provocare un sorriso. Qualcuno ha bisogno di alleggerire tutto. Qualcuno ha bisogno solo di piangere un poco.

Ci sono persone che escono da lì e non smettono di farmi domande, sul perché, sul per come, ma ci sono anche quelli che mi chiedono un buon posto dove andare a mangiare lo stinco. Sarà una reazione della vita davanti a tanta morte. Spero.

Senz’altro la maggior parte delle persone riconosce che – anche se si è trattata di una giornata dura – è stata una giornata importante.

Probabilmente se avessero meno fretta di tornare in città e rimettersi al passo col programma della loro vacanza, se non fossero costrette a correre per non perdere la prenotazione alla Cupola del Reichstag o per vedere l’altare di Pergamon prima che il museo chiuda, avrebbero forse l’occasione di esprimere quello che solo gli occhi dicono.

Qualcuno ha però pensato di dare loro finalmente uno spazio e un tempo per raccontare quello che pensano e sentono. “The Truth Booth Project” è una istallazione nella Baracca 39 che permette ai visitatori di registrare un piccolo messaggio video in cui raccontare ai posteri quello che la visita al campo ha provocato in loro. Premi play, parli alla camera e via. Se vuoi puoi soffermarti un po’ di più e ascoltare le testimonianze di chi è venuto prima di te. E che per l’appunto ti sta passando il testimone. Ti regala il suo racconto in modo che tu ti senta più a tuo agio per raccontare il tuo.

Certo aleggia sul progetto lo spettro bieco del “confessionale” a cui ci hanno abituato ad nauseam le televisioni di tutto il mondo. Al giorno d’oggi pare che non sei nessuno se non lasci un videomessaggio, dal tutorial di trucco e parrucco postato su youtube, al discorso a reti unificate. In realtà, senza essere per forza spinosi, siamo diventati tutti semplicemente più bravi e disinvolti davanti alla videocamera. Ci spaventa di meno. Ci fa sentire più vicini. Pensiamo ad esempio a skype. E allora probabilmente l’idea di videoregistrare le testimonianze nasce proprio da lì: il bisogno di creare un contatto umano, intimo, fra tutti i visitatori che hanno il coraggio di raccontare e raccontarsi. Guardarsi e riguardarsi negli occhi.

E poi, la possibilità di parlare, così, a braccio, senza dovere mediare ad esempio attraverso la scrittura, permette all’emozione di sgorgare pulita, diretta. E penso che le persone che escono da Sachsenhausen abbiano bisogno di fare esplodere il loro “magone”.

Per me, che racconto quel luogo così spesso, guardare gli occhi cangianti delle persone che mi ascoltano serve a non distaccarmi dalle mie emozioni. Quando mi chiedono, e me lo chiedono spesso, se non mi viene mai da piangere lì, rispondo sinceramente: “se davanti a me una persona si commuove, non riesco a non commuovermi anche io”. Gli sguardi si toccano e non hanno più bisogno di scappare. Nel campo esplodono momenti di “verità”.

C’è stata una volta una ragazza, una professoressa, che è voluta venire al campo con me tre volte. La seconda volta mi chiese di restare a lungo da sola in una delle camere della morgue. Quando tornò l’anno dopo con la sua classe mi confessò:“sono voluta rimanere da sola perché volevo parlare alla mia anima”.

Probabilmente non è il tipo di persona che sarebbe andata a videoregistrarsi. Però mi chiedo fino a che punto queste emozioni, queste verità, debbano restare assolutamente private e non possano invece arricchire l’esperienza di chi verrà dopo di noi. Provocandoli magari, perché la confessione non deve essere necessariamente un pianto. Anzi.

Per tutte le persone che lavorano in Memoriali come Sachsenhausen si tratta poi di un’occasione unica per comprendere il valore del proprio lavoro. Noi ci stiamo pagando l’affitto, è vero, ma potremmo farlo più comodamente alla Porta di Brandeburgo, dove sarebbe più facile farvi ridere (in fondo siete in vacanza), accompagnarvi a prendere una birra, chiedervi la mancia, spiegarvi per la centesima volta la differenza tra U-Bahn e S-Bahn. E invece scegliamo di lavorare qui, dove tutto fa male.

Perché abbiamo raccolto un testimone e vogliamo passarlo. A voi.

http://www.the-truth-booth.org/

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