Stroke Art Fair Berlin 2013 – arte per il secolo giovane

flyer-muschi3Alte Münze

Krögel Str. 2, Mitte (fermata Klosterstrasse U2)

dalle 13 alle 22

opening party:  mercoledì 2 ottobre dalle 22

closing party: sabato 5 ottobre dalle 22

Non è certo un fanalino di coda della Art Week questa ennesima fiera di arte contemporanea, la Stroke Art Fair 2013, che apre dal 3 al 6 ottobre nella ex-zecca di stato, Mitte. Semmai la scelta di arrivare dopo vuole segnalare la sua vocazione “post-”: rompere e superare l‘establishment dell’arte ufficiale e danarosa, dell’arte che può permettersi di raggiungere gli occhi di un curatore importante o di pagarsi uno stand a una delle fiere “bene”. Questa, sembra il proclama, “non è una fiera per vecchi”.

Dopo la pittura, dopo la scultura, dopo le accademie, dopo le gallerie prestigiose si apre uno spazio residuale ma infinito in cui possono incontrarsi e contaminarsi espressioni visive, plastiche, sonore e video. L’arte del 21° secolo, così come amano definirla i curatori di Stroke, è senz’altro mutante, indefinita e preferisce i margini a qualsiasi struttura di riferimento istituzionale, ma chiusa, un po’ autistica. É un’arte selvatica, di strada.

In effetti vorrebbe essere la street art la protagonista di questo evento, ma il rischio, si sa, è quello di prendere una creatura bellissima, libera, ribelle e farla marcire tra le sbarre di uno zoo.

A parte qualche istallazione site-specific (artisti di strada che vengono chiamati a realizzare un pezzo durante la fiera, sul sito della fiera stessa o nelle vie di Berlino), la Stroke presenta piuttosto opere che dalla street art si sono lasciate ispirare (nelle soluzioni formali o tecniche), ma hanno rinunciato definitivamente allo spazio pubblico. Grafica, fumetto, video-istallazioni, si accompagnano a foto, stampe digitali, quadri e illustrazioni presentati o dai singoli artisti o dalle gallerie low brow che li rappresentano.

Curiosamente – per chi ha vagato un po’ tra gli stand della Art Week – si trovano molte somiglianze, molte corrispondenze tra l’arte ufficiale e quella underground. Da una parte molti artisti low brow, molti street-artist vengono da una solida formazione accademica, dall’altra molti artisti affermati si lasciano a loro volta contagiare dall’arte in spazio pubblico, dal graffito, dal digitale. Oppure si tratta semplicemente delle stesse persone che fatto, come si dice, il botto, possono aggiungere due zeri al prezzo del loro lavoro e ritrovarsi improvvisamente “artisti”, anziché “illustratori” (chè di arte illustrativa alle fiere se ne vede sempre, ovunque, comunque).

Sono solo quegli zeri allora a fare la differenza tra l’arte underground e l’arte “ufficiale”?

Direi di sì, anche perché nel sintagma Art Fair, la parola più importante è sempre la seconda: possiamo essere underground quanto vogliamo, ma restiamo comunque in un grande, accattivante supermercato dove si vendono quadri anziché yogurt 3×2. La tentazione di privilegiare un facile decorativismo, un appeal immediato (ma effimero) è ahimè facile. Soprattutto per opere che nascono già “post”o per gallerie che stentano a pagarsi l’affitto.

Ma proprio in questi “supermercati”si palesa il dilemma di chi produce arte oggi: guardateli gli acquirenti passeggiare col broncetto da intenditore davanti agli stand, soffermarsi di tanto in tanto, arraffare due o tre cataloghi e fotografare col cellulare l’opera più interessante. Si portano via l’immagine, l’idea, a gratis, la buttano in internet e la moltiplicano, a gratis, come moscerini della frutta. L’immagine, l’idea svolazzan per un poco e poi muoiono. Qualcuno si preoccupa per i moscerini della frutta? Qualcuno sarebbe disposto a pagare per un moscerino della frutta morto?

Nel mondo della proliferazione incontrollata di immagini e idee, le immagini e le idee – per quanto buone – conoscono una rapidissima obsolescenza, un’immediata svalutazione. A volte non fanno in tempo a brillare, a sviluppare (come diceva qualcuno) la propria aura, che già sono adombrate, soppiantate, estinte. All’artista non rimane che conteggiare i cadaverini.

E che dire poi dello stigma sociale, di quel tormentone che suona: “sei un artista? Ma dai! E riesci a campare del tuo lavoro?”. Ovvio che no, ma nemmeno trasformando un graffito murale in un quadretto su tela 30 x 50 per rivenderlo in una galleria di Neukoelln.

Sono certamente gli zeri a fare la differenza tra arte emergente e arte ufficiale, ma non sono mai gli zeri a fare la differenza tra ciò che è arte e ciò che arte non è.

Girate nella Stroke Art Fair con occhio curioso allora e poi, fuori, nelle strade di Berlino, ricercate con occhio avventuroso quello che avete visto tra gli stand: assisterete alla battaglia esistenziale dell’artista di oggi, che si paga l’affitto lavorando 8 ore in un call – center e vi regala poi uno squarcio di bellezza e inspirazione su un un muro sbrecciato di città.

Inspirare è il vero lavoro dell’artista, non decorare. E l’ispirazione, dipinta ad olio o a spray, scolpita nel marmo o con gli stecchetti dei ghiaccioli, non se la portano certo via quelli che hanno il portafoglio pieno e una parete del soggiorno vuota.

 

 

 

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