Berlino va a Teatro: “Lucky & Pozzo, ovvero quando è il popolo a creare il proprio dittatore”

LuckyUndPozzo_©TeatroRebis

Regia e drammaturgia: Andrea Fazzini

Con: Lorenzo e Silvia Pennacchietti

Luci: Marcello D’Agostino

Prima assoluta (in lingua tedesca) 18 ottobre ore 20

Repliche: 19 – 20 ottobre ore 20

Theater Kapelle, Boxhagener strasse 99, Friedrichshain, Berlin

Quando si tiene un cane al guinzaglio si impara a riconoscere in fretta quell’infido scambio di energie che lega la mano del padrone al collo della bestia. E dopo qualche tempo non è più assolutamente chiaro chi è che tira chi. Anzi, la corda, quasi fosse una specie di cordone ombelicale, trasferisce caratteri e passioni da un capo all’altro, sicché nel tempo si avvera l’adagio antico: “tale cane, tale il padrone”. Ma che succederebbe se legata al guinzaglio ci fosse non una intelligenza canina, ma umana?

Lunaelaltro_theater estrapola dall’arcinoto Aspettando Godot un’intuizione, una situazione, una corda e una coppia di personaggi – Lucky (il servo mulo e muto) e Pozzo (il padrone borioso e disperato) – per raccontare il modo grottesco con cui l’esercizio (o l’abuso) del potere deforma tanto i capi quanto i sudditi. E per la prima volta lo fa in lingua tedesca, all’interno di uno degli spazi più belli della città di Berlino, il Theater Kapelle. Una chiesa/teatro che con il suo vuoto sacro/profano evoca in modo estremamente suggestivo le lande desolate di Beckett.

Ma questi due Lucky e Pozzo hanno lasciato sotto l’albero i loro corrispettivi Didi e Gogo, le scenografie secche dei palchi esistenzialisti, le pagine dei libri con le lunghe didascalie e le ambigue battute. Arrivano piuttosto da un viaggio nel mondo, macerati e abbrutiti da anni di reciproca interdipendenza. Col suo grugno duro, il passo cadenzato di soldato, Lucky avanza nello spazio nero della navata come un pioniere caparbio e inarrestabile, trascinando all’altro capo della corda un padrone altrimenti macilento e cascante. E se è vero che Pozzo tiene in mano la corda che lega il collo di Lucky, è senz’altro Lucky a muovere l’azione: viceversa i due sprofonderebbero in una stasi gonfia solo di parole, sul fondo di una vita basica e porcina (mangiare, bere, dormire, anzi nello specifico della messinscena, ingozzarsi, sgrufolare e ronfare). Dei lazzi dei clown, così come delle loro goffe maschere circensi rimangono, dopo eoni di abuso, solo cenci e macchie. Gli sputi e le botte non fanno più ridere, fanno solo male.

Eppure nulla ci leva il sospetto che il più forte dei due sia proprio lo schiavo.

E non perché stiamo assistendo alla sublimazione di un eroe martire, o alla passione di un cristo stracciato o addirittura al perverso narcisismo di un masochista.

Piuttosto siamo davanti alla sempre più consueta posizione di un uomo che non solo accetta, ma ha proprio bisogno di essere comandato per potere vivere. E quei miseri atti di ribellione che ogni tanto si concede hanno il sapore dei quindici giorni al mare, del gratta e vinci, dell’abbuffata spendacciona di Natale che annulla tredicesima e quattordicesima, la monetina lanciata a un corteo, lo sfogo di uno striscione allo stadio. Il lunedì mattina si torna buoi. Altro non si sa fare, altro non si vuole fare.

Lunaelaltro_theater si mantiene però decisamente aldiquà di una critica all’attualità e con garbo evita la comicità di gusto televisivo. Insomma, venendo dall’Italia, avrebbero avuto l’imbarazzo della scelta, ché di capi fanfaroni (spregiudicati e pregiudicati) e coorti di servi (muli e muti, per non dire portaborse e bocchinari) la nostra Penisola offre un generoso carosello. L’astrazione è ancora più radicale quando si decide di sperimentare l’uso del tedesco, sforzandosi ulteriormente di raggiungere un tono tragico anziché satirico. Scelta di recitare in una lingua non propria che vale loro più di un merito visto che lo spettacolo, scarno nella regia, si basa completamente sulla perizia degli attori.

Certo qui è là si sente un po’ di inglese, capitano due o tre parole in italiano, ma in fondo è uno spettacolo re-immaginato per un pubblico berlinese, dove i limiti di lingua sono stati da tempo superati e dove il teatro deve invece cercare una espressività sovrannazionale. Epurandosi dalle macchiette e dalle gigionerie e aggrappandosi a quella collezione di spasmi, balzi, tensioni – il corpo – che condividiamo tutti. A qualunque punto della corda amiamo collocarci.

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