J.B. Szumczyk, gli stupri di guerra e la statua che non ce l’ha fatta ad arrivare a Berlino

Jerzy Bohdan Szumczyk, "Komm, Frau", 2013 foto: internet
Jerzy Bohdan Szumczyk, “Komm, Frau”, 2013
foto: internet

Jerzy Bohdan Szumczyk è un giovane arista polacco che nel 2013 ha scolpito la figura, a grandezza naturale, di un soldato dell’Armata Rossa in procinto di violentare una donna e il bambino che porta in grembo.

Voleva esporla in Pariser Platz, nel cuore di Berlino, e avrebbe certo portato con sé tutte le polemiche che già la accompagnano. Ma non ce l’ha fatta ad arrivare davanti alla Porta di Brandeburgo: gli mancavano i fondi per trasportarla, e lui si è “accontentato” di esporla a Danzica, di fianco al memoriale ai caduti dell’Armata Rossa nelle battaglie per la liberazione dell’Europa dal Nazionalsocialismo. Il tentativo dell’artista è quello di riportare alla luce un capitolo di storia che, taciuta molto a lungo, rischia di scivolare via dalle pagine di ciò che viene tramandato.

Si dice che la storia la scrivano i vincitori. Forse, ma se il Novecento ci ha insegnato qualcosa è che le vittime hanno un potere altrettanto grande nel definire la retorica della storia, e che ciò che è stato, appena al di sopra del mero piano fattuale (il come del cosa), dipende da cosa e come si decide di ricordare. Le vittime però, per poter aprire la bocca e il cuore e parlare del loro dramma, devono essere riconosciute come vittime. La loro storia dev’essere raccontata, accettata come tragedia da una vasta comunità. Se il negazionismo d’olocausto oggi è sulla bocca di tutti, ci sono molte altre vittime di quella stessa guerra che rischiano – loro sì, davvero, e non solo per ristretti gruppi di rincoglioniti mediatici – di smettere di esistere, di non venire più ricordate come vittime quando sarà sparita l’ultima persona che c’era ai tempi dei fatti, l’ultima memoria vivente del loro vissuto. Ed è lì, nella dimenticanza, che si spalancano i diversi bigi portoni: della reiterazione, del condono, della discriminazione.

C’è una generazione di bambini tra la Polonia e il Brandeburgo, nati nel 1945-47, che rispondono alla definizione di “bambini dell’occupazione”, cioè figli concepiti dai soldati delle forze di occupazione con le donne del posto.

Qui i padri sono i rotarmisten, i soldati russi dell’armata di Stalin, e i bambini nati dalle unioni violente delle berlinesi con i russi vengono chiamati a denti stretti “i figli dello stupro di Berlino”. Le loro madri sono donne tedesche di tutte le età – a volte poco più che bambine o poco meno che anziane negli anni Quaranta, che erano rimaste incastrate nelle città in fiamme del Reich, nel pieno della “Guerra totale”. I loro padri, fratelli e mariti erano al fronte a farsi ammazzare, o in campo di prigionia, o, se disertori, nascosti molto bene nelle case, nei boschi, nelle cantine. Le donne, a Berlino e non solo, erano sole e stremate di fronte all’esercito sovietico, un’orda di uomini di ogni età stanchi e imbestialiti, carichi di orrore e desiderio di vendetta e sopraffazione. E le donne prussiane diventarono il veicolo della loro rivalsa: lo stupro è scontro finalmente semplice, la vittoria è assicurata – la lotta fisica uomo-donna è necessariamente impari, e in quel caso era coronata dalla certezza dell’impunità.

La seconda metà del Novecento per quei milioni di donne e bambini è intessuta di ricordi che si vogliono rimuovere, del dolore di un’identità dilaniata, di una socialità difficile perché dalle radici marce, di un odio atavico, imbottigliato nei segreti di famiglia e mai riconosciuto come degno di essere raccontato.

Il primo testo a narrare questa storia fu “Una donna a Berlino”, pubblicato anonimamente nel 1959 dalla giornalista e testimone dei fatti Marta Hillers. Il racconto della Hillers, oggi molto popolare e – finalmente – riconosciuto nella sua autenticità di testimonianza storica, fu rifiutato dell’editoria tedesca degli anni Cinquanta come “offensivo per l’onore delle donne tedesche”. Quelle donne che, a questo punto della storia, erano a casa a crescere dei bambini, piccoli e indifesi e innocenti, ma con facce così simili a quelle bestiali che le madri avevano visto sopra di sé durante l’occupazione – quelle donne quindi che più di tutte avevano bisogno di sentire condiviso il loro vissuto. La Germania negò a loro – madri e figli – lo status di vittime, si nascose dietro un puritanesimo di convenienza e ritirò il testo, impedendo alle loro storie di venire raccontate.

Nel revisionismo post-riunificazione il libro venne rivalutato, l’autrice identificata (ella non aveva mai voluto svelare la sua identità, e ancor oggi il libro riporta come autrice un’”anonima berlinese”). La storia degli stupri di guerra cominciò a circolare, non era più vietato o sconveniente parlarne, finalmente anche il dramma dei civili e delle donne tedesche trovava la sua collocazione nella storia, e le vittime avevano un veicolo per farsi ricordare. La sproporzione però è ancora grande tra il dramma vissuto e l’edulcorato racconto che se ne tramanda, privo di corpo concreto. Le vittime degli stupri di guerra non conoscono ancora la loro identità di vittime – esistono a Berlino memoriali per ogni sorta di vittima ed eroe, ma non per il dramma, così presente nelle vite dei Tedeschi, dello stupro delle loro città.

Szumczyk ha voluto dare una forma alla memoria di quei fatti e di quelle vittime. Una forma realista, un memoriale per nulla retorico o cervellotico, un’immagine inequivocabile. L’ha piazzata di notte sul suolo pubblico di Danzica. La Russia s’è indignata. La città ha rimosso la statua – perché la sua collocazione non era autorizzata, ma, sottolineano le fonti, a seguito delle lamentele di una cittadina che si era detta offesa da quell’immagine. Le autorità polacche ipotizzano ora di incriminare il giovane studente d’arte per incitazione all’odio razziale, reato per cui la pena arriva fino ai due anni di reclusione.

La statua non si sa bene che fine farà, un oggetto che scotta che nessuno pare voler atterrare sul suo suolo. Io, se fossi Wowi, la comprerei subito.

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