La rivincita di una sorella minore – “Wien Berlin. Kunst zweier Metropolen. Von Schiele bis Grosz”

museum-berlin-gebaeude_header24.10.2013 – 27.01.2014

Berlinische Galerie

Alte-Jakobstrasse 124-128

chiuso martedì

ingresso ridotto il primo lunedì del mese

Agli inizi del secolo scorso Vienna e Berlino parevano proprio come quelle coppie di sorelle a cui Madre Natura ha ripartito i suoi doni in modo niente affatto equo. La prima elegante, celebre, opulenta e un po’ viziata, pronta a consacrare le sue nevrosi da aristocratica appassita sul lettino del Signor Freud, la seconda smunta, unta, affaccendata, odorosa di polvere da sparo e zuppa di cavolo, perennemente angustiata dal dovere dimostrare di non essere “l’ultima arrivata” fra le grandi metropoli europee. Eppure da brave sorelle si scambiavano lettere, libri, riviste, avanguardie e soprattutto musicisti, attori, registi, scrittori e naturalmente pittori. Diciamo che agli inizi fu la più grande a “passare” un po’ delle sue robe (non tanto quelle più usate, piuttosto quelle più politically incorrect) alla piccina. Ma dopo la Grande guerra Berlino cominciò la sua rimonta con la guepiere zuppa di champagne e il trucco impiastricciato in faccia: non era forse tagliata per fare la lady e optò – come tante sorelle minori – per la via estrema, dada-punk!

La mostra da poco inaugurata alla Berlinische Galerie racconta questa relazione complessa accostando (letteralmente) opere della collezione berlinese con i quadri del Belvedere di Vienna per evidenziare passo passo come i pittori delle due città si influenzarono, nelle forme e nei contenuti. Accanto ai quadri e alle sculture sono esposti però anche le locandine dei teatri, le copertine dei libri e delle riviste illustrate, qualche ritaglio di giornale quotidiano, un vestitino di seta stampata appartenuto alla modella di Klimt, le bambole dadaiste di Hanna Hoch e addirittura alcune delle prime guide turistiche di Berlino (dove, udite udite, lo scrittore malizioso diceva che il solo modo di conoscere la città era “flirtando”) per ricreare un poco l’atmosfera in cui questi quadri vennero concepiti: un gioco arguto di rimandi fra pittura, autobiografia, editoria, politica, guerra, cabaret, sigarette, champagne, fidanzamenti, corna, promiscuità e mutilazioni varie.

200 opere vi accompagneranno dalle Secessioni (anche Berlino ne ebbe una, seppur “minore”, guidata da Max Liebermann) fino – e ti pare – all’avvento del Nazionalsocialismo.

Interessante notare come il curatore abbia evitato di puntare sui grandi nomi (Klimt, Schiele, Dix) inserendoli invece fluidamente nel suo discorso storico, in un’operazione che privilegia i fenomeni di scambio e di osmosi alle “eccellenze” fuori dal coro.

Emerge semmai un tratto del primo novecento mitteleuropeo: la straordinaria importanza del ritratto. Poi dopo la seconda guerra mondiale avremo solo masse informi, bruciate o sanguinolente, o rigidissime nature morte. L’uomo (e la donna) che il Novecento aveva imparato a conoscere (anche grazie al succitato signor Freud) vengono vergognosamente respinti fuori dalla tela.

E tuttavia non è con la mostra temporanea che Berlino compie la sua rivincita.

Non so se si è trattata di una fortunata coincidenza o di un vero colpo di genio curatoriale, ma quando mi sono lasciato alle spalle la mostra temporanea e sono salito al primo piano per (ri-) vedere la collezione permanente, ho trovato un allestimento nuovo e radicale.

Giù siamo naufragati nella Seconda Mondiale? Su ricominceremo dal 1945. Il mito della Vecchia Europa è bruciato nei campi e ora Berlino non è più sorella di nessuno, è sola.

E tuttavia, per quanto spezzata, per quanto divisa, si trova ad essere di nuovo protagonista culturale europea, soprattutto quando diventa – vuoi per la sua durezza, vuoi, paradossalmente, per la sua leggerezza – meta privilegiata di artisti di ogni tipo. A questo punto però tanto vale sospendere il discorso cronologicamente corretto, l’esposizione scolastica e ordinata. L’arte non procede affatto in ordine.

La Berlinische Galerie propone perciò di organizzare tutta la produzione artistica berlinese del dopo guerra in quattro grandi blocchi di senso fondamentali: Kostruktiv, Realistich, Expressiv, Konzeptuell. La collezione ne risulta così profondamente trasformata, innescando una nuova rete di scambi, questa volta tra anni ’60 e anni ’90, fra West Berlin e la DDR, fra gli artisti tedeschi e quelli stranieri. Una rappresentazione non più di una città in un tempo e in uno spazio, ma di un mondo intero, dove il sogno e la politica, il ricordo e l’avanguardia trovano tutti il proprio posto. Un posto eccentrico, inquieto, ma giusto.

Questa è Berlin. “Sorellina minore”? A chi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *