Buon compleanno, memoriale della Neue Wache. Resta dove sei.

Neue Wache
Neue Wache

Nel primo palazzetto della “cittadella regale” di Berlino, la piccola neoclassicissima Neue Wache del 1818, veniva inaugurato vent’anni fa uno degli spazi più belli di Berlino, il “memoriale a tutte le vittime della guerra e della tirannia”.

I berlinesi irriverenti gli inventarono subito un nomignolo un po’ buffo e un po’ tagliente, “bersaglio per corone”. Corone di fiori, di quelle da cerimonia celebrativa. Magari subodoravano in anticipo il proliferare indiscriminato di memoriali che sarebbe seguito a quell’inaugurazione, e vedevano già il rituale di memoria diventare macchinoso e distaccato; la saggezza popolare, si sa, ci arriva sempre per prima.

Il punto è che a quel memoriale la Berlino della Schnauze si scomodò a dare un nome, ad applicare ancora una volta la tagliente ironia autoctona a un oggetto. E, lo sanno tutti, se ti prendi gioco di qualcosa in qualche maniera quel qualcosa ti attrae, o disturba, o minaccia. In ogni caso non ti è indifferente.

La Neue Wache è quindi uno dei primi memoriali della Berlino riunificata, e l’ultimo al quale i berlinesi si siano sentiti in qualche modo legati, tanto da scomodarsi a ribattezzarlo. È anche l’unico memoriale, nella Berlino di oggi che è un campo minato di luoghi di memoria, ad essere dedicato a “tutte le vittime della guerra e della tirannia”, con enfasi su TuTTe. Vittime e carnefici, qui entrambi in balia della storia impietosa. Il che lo rende un memoriale molto pregiato, oltre che per la sua minimale bellezza, con gli interni anni Trenta e la scultura di Käthe Kollwitz, anche perché sottolinea un aspetto della memoria che si dimentica spesso di considerare – l’identità tra il carnefice e la vittima, se non altro sul piano biologico/umano, e a volte anche su quello sociale e storico.

È molto facile, specie in Germania, ragionare per bianchi e neri quando si parla di vittime e carnefici. I carnefici sono i nazi e i russi. Le vittime sono praticamente tutti gli altri, e piano piano avremo per ogni gruppo un luogo di memoria che ne ricordi la persecuzione, di volta in volta, da parte del cattivo di turno.

Nella Neue Wache la tendenza è inversa, la memoria che sentiamo di celebrare al suo interno è quella del dolore per l’orrore, sia esso vissuto con occhi di vittima o con occhi di carnefice: l’orrore come unico elemento indiscutibile, simboleggiato dal lutto di una madre, e poi un enorme spazio grigio che ci ricorda che non tutte le vittime sono innocenti, e non tutti i carnefici agiscono con piacere. E che comunque siamo tutti figli di qualcuno. Individuiamo la differenza tra il dolore della madre del soldato e il dolore della madre del recluso? No. Perché questo dolore non porta colore e non porta divisa. È un buco nero senza coordinate e dimensioni.

Fa male riconoscerlo, perché equivale ad ammettere la propria stessa doppiezza, la convivenza dei due principi inscindibili in sé e in tutti gli altri. Eppure è doveroso, è forse la cosa più importante da ricordare.

E infatti ecco la proposta per cancellare questo luogo e ripensare la forma e la dedica della Neue Wache. È di marzo la prima menzione dei media, per ora per fortuna senza seguito. E speriamo che sia stato solo una sbandata primaverile di Markus Meckel, parlamentare della SPD e ultimo ministro degli esteri della DDR, che desidera ripensare il concetto memoriale della Neue Wache e dedicarla alle “vittime della DDR”.

Ehm.

E quali? Ai morti del muro? Ci sono già diversi memoriali. Agli arrestati spiati discriminati? Ci sono luoghi di documentazione e memoria molto accurati e molto ben condotti. Ai cittadini tutti? Ultima beffa storica per gli sfortunati cui cadde il muro sotto il naso? Prima ti caccio di casa, poi ti sventro il Parlamento, poi ti ricordo che tutto ciò che ti ho fatto credere per quarant’anni erano nocive fandonie. UAU. E adesso sei Vittima. Con tutta la retorica che dopo vent’anni di memorializzazione e speculazione questa parola porta con sé. Sei sfigato, punto. La tua storia è una macchia indelebile. Ti commemoro come vittima, ammetto il mio quarantennale errore, e hoplà la mia coscienza è pulita.

Non mi ci metto io a descrivere la retorica della vittima né quella del carnefice, specie quando questi sono identici, come qui in Germania.

Pietas, Käthe Kollowitz
Pietas, Käthe Kollwitz

Ma frequento spesso e molto volentieri le fumose Eckkneipen (bar) della ex Berlino est. Ascolto con piacere e un bel po’ di malinconia le storie delle persone, i loro ricordi e il loro buffo dialetto che a Mitte non si sente proprio più. Quando lessi quell’articolo ero in una di questa kneipen, e alla parola “vittime della DDR” mi guardai intorno nella semioscurità del piccolo locale vedendo con chiarezza cristallina la contraddizione dipanarsi davanti a me.

Mi sembrava di essere all’asilo, quando certi bambini prepotenti rubavano la merenda e picchiavano quelli più piccoli. Poi dovevano chiedere scusa davanti a tutta la classe. E i piccini rimanevano piccini, doloranti e affamati, ma ora erano anche guardati con pena da tutti gli altri.

Spero che ci lascino la Neue Wache così com’è, perché è bellissima e perché lì dentro è davvero possibile sentire il peso della storia tedesca. Commemorare i cittadini della DDR quando questi ancora scorrazzano per la città mi sembra quantomeno affrettato, se non di pessimo auspicio. Lo dimostra il recente dibattito sulla stiftung Haus der Geschichte (fondazione “Casa della storia”) di Bonn, il cui “museo sulla quotidianità nella dittatura” (DDR, naturalmente) apre il 15 novembre nella Kulturbrauerei di Berlino, e dove dove la tendenza a strumentalizzare ogni aspetto della vita quotidiana della Germania est è sin troppo evidente.

E poi chi lo vuole, un altro cantiere su Unter den Linden.

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