Berlino a naso in su: gli Shoefiti

3516311106_51770aac98_z.img_assist_custom-600x401Nonostante questo novembre sia chiaro e tiepido, a Berlino le foglie hanno fatto il loro dovere e sono oramai quasi tutte cadute per bene a terra. Sugli alberi spogli di certi quartieri (Kreuzberg, Friedrichshain per lo più) capita allora di vedere spuntare, liberati dall’ingombro delle fronde, strani frutti. Sono piuttosto oblunghi, scuri, duri come cuoio, non proprio regolari nelle forme, assomigliano forse a zucche nere o grossi baccelli, legati alla pianta da quello che pare in tutto e per tutto un paio di lacci… ma non sono frutti! Sono scarpe. E le trovate appese ai rami, ai fili elettrici, ai lampioni, ai semafori, grappoli che penzolano dall’alto dei cornicioni e dei davanzali, legate a coppie con le stringhe e lanciate come bolas in alto, anzi, il più in alto possibile e – se possibile – nei posti più improbabili, o meglio nei posti dove risulta ancora irriverente, finanche oltraggioso vedere penzolare una scarpa, ad esempio davanti alla tronfia facciata del Duomo di Berlino.

Nel gergo della street-art li chiamano shoefiti, ovvero graffiti fatti con le scarpe.

L’origine è misteriosa, nascosta negli “esoterismi” delle gang americane, c’è chi dice che le scarpe appese in alto segnassero luoghi di spaccio (drugs take you higher), altri invece che fossero lanciate là dove un compagno era stato ucciso. Più semplicemente credo che tutti riconoscano la sensazione liberatoria del “lanciare via le scarpe”, specie la sera quando si è stanchi e si sono marciati i chilometri, magari con le scarpe scomode, e allora via una e via l’altra, spingendo bene col calcagno, grugnendo con gusto e più lontano è meglio è. Certo non un gesto da signorine beneducate, ma fatemi un elenco delle cose divertenti che sono al tempo stesso “beneducate”.

Personalmente ogni volta che ho visto questi grappoli di scarpe penzolare non ho mai potuto fare a meno di pensare a uno dei film più poetici di Tim Burton (quando ancora il 3D non gli aveva guastato il cervello): Big Fish. Nel cuore della foresta c’è un villaggio inquietante e incantato dove tutti possono essere semplicemente ciò che sono. Ma la prima cosa da fare per essere ammessi nella comunità è levarsi le scarpe e lanciarle su un filo altissimo, da dove non potranno essere recuperate mai più. Qualcuno – mi viene da pensare quando vedo gli shoefiti – si è liberato.

La scarpa che veste graziosamente il piede (non sempre delicato, bellino, profumato) dell’uomo e della donna, la scarpa che nel suo essere lucida, a punta, grossa, rotta, infangata, stretta, larga, una diversa dall’altra, col tacco a spillo o infradito racconta così tante cose di colui/colei che l’indossa (anzi è uno dei principali strumenti della nostra auto-rappresentazione), la scarpa che banalmente ci tiene separati dalla nostra Terra, improvvisamente vola via. E volano via di colpo l’ordine e il decoro, tutti i limiti di un guscio (firmato Nike o Prada) che abbiamo scelto di indossare per nascondere uno dei pezzi più terreni, brutali di noi.

Non è forse un caso che molte persone si ritraggono da questa espressione artistica (molto semplice, molto democratica, molto liberatoria) con un senso di “sporcizia”. Come tutta l’arte di strada ricade facilmente nelle categorie del vandalismo, della ragazzata, di un onere (?) per la spesa pubblica che dovrà accollarsi i costi per la rimozione questa “arte – spazzatura”. Una scarpa poi, con tutta quella sua inquieta carica feticista…

Ora però, senza volere elevare il graffito (fatto a colori, o con le scarpe) a massima forma dell’espressione umana, pensiamo a come “lo sporco del mondo” sia da sempre protagonista dell’arte. Non certo quella decorosa, auto-celebrativa e conservatrice. Ma di tutte quelle forme artistiche sotterranee, inquiete, out, che indagano il caotico, il sordido, il nero, che spezzano convenzioni e convinzioni e che – con gesto oltraggioso o carnevalesco – spostano in alto ciò che è sempre stato in basso.

“Lo sporco del mondo”aiuta l’umano a restare attivo e creativo, ed eccitato e ribelle.

E non è un caso che i bambini adorino “paciugare e impaciugarsi”.

E non è un caso che Dioniso invitasse a imbrattarsi la faccia.

Ecco, forse, se proprio l’underground vi inquieta, se la street art vi sembra solo vandalismo, se state bene sono nella classicità, provate a immaginare che quando Dioniso passa oggi nelle nostre strade non semina più edere e pampini di uva, ma dipinge i suoi anfibi sformati di verde fluo e li lancia in alto, davanti a un Parlamento o a un Campanile. Lascia le sue tag irriverenti sui muri. Un ghigno di colore spray. Il suo sporco – mai a posto – che sa di libertà e un poco di poesia.

 

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