Estensione del Dominio della Lotta, in mostra alla Neue Nationalgalerie l’arte degli anni 1968-2000

1424515_476647905787927_136417082_nE ci hanno fatto credere che quella fosse la pace. E c’erano certo quelle belle favole-placebo: l’ineguagliabile opulenza dell’occidente (fabbrica dei desideri senza fine), il liberalismo sessuale (non libertà, ma già mercato), l’entusiasmante diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione di massa (così le masse potevano monologare meglio…). Dopo il crollo del Muro di Berlino poi… Ma la guerra invece era sottilmente infusa dappertutto, virus nascosto nel nostro DNA, vero grande “rimosso” della fine del XX° secolo. Che l’arte però svelava con tutta l’urgenza di una nevrosi in esplosione, di un canto (o meglio lamento) di liberazione, se non con la beffa e lo spernacchio di chi osa gridare che l’imperatore è nudo. O almeno questo suggerisce Ausweitung der Kampfzone, ultima parte della collezione della Neue Nationalgalerie in mostra fino a dicembre 2014.

Mostra dura e nient’affatto prolissa, dove le opere sono organizzate non in modo cronologico ma tematico (ad esempio “Soldati”, “Macchine pittoriche”, “Pene e Vagina”…) in modo da favorire l’innesco di confronti e connessioni complesse tra autori anziché la solita narrazione lineare e manualistica. Sono piuttosto gli eventi delle cronache (l’unificazione della Germania, la fondazione di Microsoft, la Guerra del Golfo) a ricostruire la rete temporale che dal 1968 al 2000 accompagna, sostiene e avvolge la produzione artistica occidentale.

Emblematica l’istallazione luminosa di Bruce Naumann Double Poke in the Eye II (1985) dove i suoi classici omini di neon (che si rifanno alle luminarie sfacciate di Las Vegas o alle insegne più o meno oscene dei sexy shop) per una volta anziché “scopare” si infilano vicendevolmente un dito in un occhio. Ahia. Ma che gioia vedere quei verdi fluo, quei fuchsia, quei blu cobalto lampeggiare quasi quasi resto ancora a guardare…che tanto persino gli omini non sembrano farsi male…Ahia…di nuovo… ma che importa finché tutto continua a luccicare?

O Pipilotti Rist (Ever is Over All, 1997) che sulla musica sognante da villaggio vacanze tropicale se ne va a spaccare i vetri delle automobili parcheggiate in strada, lei bellissima, con il suo sorriso rosso provocante, la camminata disinvolta nel vestitino leggero ma casto, un fiore esotico a mo’ di mazza, mentre poliziotte e signore bon ton la salutano liete (fateci caso le sole presenze maschili sono il fiore fallomorfo e ovviamente l’auto)

Eternity (1996) di Silvie Fleury – grande murales dedicato proprio al profumo di Calvin Klein-  è la sola bellezza che ci rimane dal secolo scorso, un marchio che si incarica tutto di sovreccitare i nostri desideri, l’importante è che il font corrisponda, e subito sentiamo le onde del mare, vediamo la pelle sottile della arcinota modella, sapore di sale e la sua voce, roca, bambina, sexy, sussurrare “eternità, eternità”… c’è altro che l’uomo occidentale possa sognare?

Non è un caso che il curatore abbia scelto come nume tutelare di questa mostra uno degli scrittori più controversi e spietati degli ultimi anni, Michel Houellebecq che nel suo romanzo L’estensione del dominio della lotta (Ausweitung der Kampfzone in tedesco) congela la fine del XX° secolo in poche righe: “il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. Ugualmente, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. (…) Certi guadagnano su entrambi i tavoli, altri su entrambi perdono. Le imprese si contendono certi giovani diplomati; le donne si contendono certi giovani; gli uomini si contendono certe giovani; il problema e l’agitazione sono considerevoli”.

Una contesa che mette sulla stessa piazza del mercato denaro, giovinezza, peni, vagine, ambizione e superficialità, e poi, siccome con Houellebecq si ha a che fare, pistole e religioni, terrorismi e polizia, letterati, autori televisivi, artisti, desideri repressi ed esplosi, morte.

Certamente non è stato il XX° secolo a tematizzare la guerra da un punto di vista artistico, che anzi, la guerra è sempre stato uno dei principi inspiratori dell’espressione umana (avete presente l’Iliade?). Piuttosto è la grande assenza degli altri principi a lasciarci disarmati. Dove è la bellezza? Dove è eros? Davvero tutto lo splendore si può ridurre agli sgargianti campionari di vernici colorate presentati beffardamente da Hirst?

Mi pare che la cupa video-installazione di Rodney Graham Edge of a Wood (1999) esponga il nocciolo della questione: notte, nel fragore di un elicottero luci crudelmente artificiali (e vagamente militari) indugiano lungo il bordo di una foresta, che rimane muro verde e impenetrabile. Da una parte la Natura, dall’altra l’uomo. Sebbene oramai attrezzato con le conoscenze, le possibilità, le ambizioni di un dio, l’uomo è tragicamente fuori. Fuori.

Mai più rientrerà in quel Giardino.

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