The Circle Walked Casually – la linea della vita in mostra su Unter den Linden

20140113_151940KunstHalle by Deutsche Bank

Unter den Linden 13/15, Mitte

Fino al 2-3.2014

Tutti i giorni dalle 10 alle 20

gratis il lunedì

fermata Französiche Strasse U6

C’erano una volta un cerchio e un triangolo che si inseguivano timidamente sulla linea retta infinita dell’esistenza. Il cerchio danzava armonioso, il triangolo si ribaltava macchinosamente sulle sue punte. Seppure così diversi c’era tuttavia attrazione. E il cerchio si fece più strampalato e divenne elissoide, e il triangolo si fece meno spinoso e diventò pentagono. Si amarono, si fusero e quando morirono si aprirono in due segmenti di linea che andarono ad adagiarsi sulla linea retta infinita dell’esistenza. È da questo breve racconto d’amore matematico-surreale dell’autore uruguayano Felisberto Hernandez (1902-1964) che la curatrice argentina Victoria Noorthoorn si è fatta inspirare quando le hanno chiesto di re-inventarsi la collezione della Deutsche Bank per inaugurare la nuova Kunsthalle su Unter den Linden, là dove fu il Guggeinheim Berlin.

Un’impresa non da poco visto che il Guggenheim ci aveva lasciati l’anno scorso con una mostra sgargiante (“Visions of Modernity”) e davvero ci si era chiesti se quei muri avrebbero rivisto altrettanto splendore.

Certo che no.

Perché la curatrice ha deciso che quei muri erano oramai acqua passata.

Insieme agli architetti brasiliani Daniela Thomas e Felipe Tassara ha perciò immaginato un cosmo di geometrie di non euclidee che d’incanto spezza non solo le convenzioni espositive del white-cube, ma anche le aspettative di chi entra in quel lungo stanzone bianco: si aprirà ai vostri occhi una mostra galleggiante che a me ha fatto subito venire in mente Italo Calvino e la sua invocazione alla leggerezza (dalle incompiute Lezioni Americane).

E come sarebbe stato bello passeggiare con Calvino (che di racconti d’amore matematici e surreali certo s’intendeva) in questa mostra lieve e molteplice, frantumata ma precisa, dove le opere sono accostante non secondo una logica temporale o di stile, ma piuttosto a una geniale intuizione narrativa. Un racconto che comincia dalle mani aspre di Käthe Kollwitz per volare su quelle amorose di Louise Bourgeois, esplode di colore con gli acquerelli di Kandinsky e si tuffa subito negli acrilici ardenti di Richter, poi si raggela con gli schizzi di John Cage, si spezzetta in una moltitudine di ritratti (moderni, antichi, di artisti vivi e vegeti e ignoti e artisti morti e famosissimi) e infine si spegne nelle linee pure e astratte e senza spazio e senza fine di Linda Matalon, Eva Hesse e Anna Maria Maiolino.

Dalla grande collezione della Deutsche Bank la curatrice ha scelto solo disegni e stampe perchè voleva scoprire (e poi raccontarci) come quelle righe su foglio, quei tratti a volte sontuosi, ricchi di materia e colore, a volte stenografici anoressici e brutali potessero raccontare la solitudine, il dubbio esistenziale, l’ansia d’amore che costituiscono l’intera esistenza dell’essere umano. Quale bisogno profondo spinse un uomo a prendere un pezzo di legno bruciato e tracciare la prima riga.

Ma ha fatto molto di più: ha creato una mostra che di per se stessa è opera d’arte, un florilegio di storie di seduzione e abbandono e diversità e addii che senza la sua intelligenza compositrice (e il tocco di classe dei suoi architetti) non mi avrebbe emozionato così.

E quando poi sono tornato nelle geometrie (decisamente euclidee) della Unter den Linden con i suoi cantieri, le sue case a cubetti, le strisce pedonali, gli uomini e le donne che camminano tutti in fila e ho ripensato a quel viaggio di nuvola da cui ero appena uscito non potevo togliermi dalla testa un piccolo lavoro di Alejandro Cesarco (1975): coi pennarelli colorati e gli stencil che si usano all’asilo per scrivere le lettere grandi e belle, che comporranno poi tutti i racconti della nostra vita, della nostra vecchiaia, dei nostri dubbi e delle nostri solitudini ha scritto su tanti fogli “when I am happy I won’t have time to make these anymore”.

Eppure anche senza felicità esiste , su questa linea retta infinita dell’esistenza, la bellezza.

 

 

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