Sulle rive del Wannsee il 20 gennaio 1942

Sulla strada che da Berlino porta a Potsdam c’è il Wannsee, il lago celebrato dai poeti del Brandeburgo e dai suoi pittori per la sua bellezza romantica e struggente. Le sue rive sono costellate di ville splendide, sorte in gran parte agli inizi del Novecento per il piacere opulento di una borghesia ingrassata, stanca del caos fumoso della città industriale, e alla ricerca, a tratti ancora vaga e incerta ma già incamminata, dello spirito völkisch, che dopo poco sarebbe diventato la bandiera del nuovo movimento nazionalista, e avrebbe affilato gli ideali di un popolo.

Giardini da favola, delicate discese verso le acque scure del lago e luci e ombre ordinati a celare architetture del moderno neoclassicismo, che ricorda alla Prussia la sua grandezza passata, mostrandole anche quella presente e promettendole quella futura.

Ben tre di queste ville, tutte vicine tra loro, le progettò l’architetto Paul O.A. Baumgarten. Eppure, quando si dice la villa del Wannsee, ce n’è solo una che stiamo sicuramente indicando.

Costruito nel 1914, l’edificio fu venduto venticinque anni dopo alla fondazione Nordhav, costituita per volere di Reinhard Heydrich allo scopo di trovare e mantenere alcuni luoghi di piacere, riposo e sollazzo ad uso delle SS e delle loro famiglie. Luoghi splendidi, adeguati al rango e all’ideale di bellezza ormai acuminato dei loro ospiti.

Come al solito quando si parla di nazismo, è l’abisso tra la forma e il contenuto a lasciare interdetti, a spiazzare e fare paura. Come se scavando sotto un lago immoto si trovasse cancrena, grattando la superficie della bellezza del Reich – specie se come qui ricercata e compiuta, vollendet, perfetta – si trova spesso il suo opposto diametrale: non la bruttezza plateale della crudeltà, l’ineluttabile orrore che suscitano i campi di battaglia, il sangue e le interiora sparsi per chissà quale fine ulteriore, o la brutalità gratuita del Forte sull’Indifeso.

È il gelo della mancanza di sangue a gelare, il potere razionale dello star seduti in luoghi come questi e commuoversi come fanno gli uomini di fronte al creato, e sopprimere nello stesso istante ogni identificazione con la propria specie per trasformarsi in esseri altri dagli esseri umani. Con coscienza e pura potenza d’intelletto, e quindi senza scampo.

Il 20 gennaio del ’42 la villa del Wannsee vide riunirsi tra le sue mura 15 uomini con uniformi impeccabili come i loro modi e le loro parole. Si danno del Lei e sono gentili e si siedono a un tavolo a fare il lavoro per cui sono arrivati, condurre cioè la Conferenza del Wannsee e definire la soluzione finale alla spinosa questione ebraica, che impensierisce le dirigenze naziste.

Gli ebrei, sempre il nemico numero uno. Già espulsi in gran parte dalla Germania si ripresentano come problema una volta occupata l’Europa nella quale s’erano rifugiati.

Sul Wannsee vengono contati (11 milioni circa, per la maggior parte nei territori dell’est), suddivisi per grado di ebraismo, e vengono decisi i passi da compiersi per liberare dalla loro presenza lo spazio vitale dei tedeschi. Se questo spazio vitale è il mondo intero, l’ebreo va eliminato dal mondo intero.

Li si evacuerà verso est, li si farà lavorare nella costruzione di strade, e molti periranno così. Gli altri saranno trattati adeguatamente, poiché rappresentano la minaccia concreta del risorgere del loro ceppo. [Qui il protocollo della conferenza in italiano]

La soluzione finale è quindi quella di trattare adeguatamente undici milioni di unità, e ancora per tre anni dal giorno della conferenza nessuno volle sapere cosa questo volesse dire.

Sulle rive del Wannsee la fatica a sospettare l’orrore si fa più grande che altrove, immaginare il Male vestito di quella pietra cesellata a mano e di quei legni scuri e caldi è impresa difficile. E il gioco studiato nel dettaglio ancora funziona, dopo quasi ottant’anni e infinita informazione. La bellezza esiste ancora e ci disarma quasi nel suo splendore, specie nelle giornate d’autunno, quando dalla villa scendiamo al lago e la natura intorno c’infiamma senza bruciarci nello sgargiante ottobre della Grunewald.

La villa oggi ospita un’ottima mostra (gratuita, tutti i giorni dalle 10 alle 18), che illustra la Germania del primo Novecento con la sua disinformazione pseudoscientifica e il dilagare dell’antisemitismo, fino alla politica razziale nazista e alle sue estreme conseguenze durante la guerra.

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