Otto Weidt: un Eroe del Silenzio

C’era una volta un signore che stava diventando cieco. E non è mica bello diventare ciechi. Specie se abiti in Germania alla fine degli anni ’30. Perchè poi, mentre stai diventando cieco, succede che improvvisamente vedi tutto chiarissimo. Inconfondibilmente appaiono le conseguenze di un governo che definisce i disabili “Nutzlose Esser” ovvero “quelli che mangiano senza scopo”, o che costringe un gruppo di cittadini a marchiarsi il petto con un distintivo, la stella gialla. Prima ti umiliano con le parole, piano piano ti sfiniscono con i fatti e infine ti ammazzano con sbrigativa efficienza (tutto era già pronto per uccidere e smaltire la salma, si era oramai costituita non tanto l’indifferenza quanto la complicità del popolo). Se già sei sfortunato perchè stai per diventare cieco ti passa proprio la voglia di vivere, di resistere, di combattere. Non se sei il signore di cui parla questa storia: Otto Weidt.

Otto Weidt decide che si può fare qualcosa. Poco, ma si può fare. Gestisce una fabbrica di spazzole e scope in centro a Berlino e per prima cosa comincia a dare lavoro a quelli che la società civile, (benpensante, illuminata, sana, compiaciutamente “superiore”) considera “la feccia”: uomini e donne ciechi, sordomuti e per di più ebrei. E poi, siccome è furbo, approfitta delle debolezze di quella stessa società tronfia e belligerante che si sta per gettare nella grande avventura della guerra: ottiene l’appalto per rifornire di spazzole e di scope l’esercito. Secondo voi, i Nazisti (perchè è di loro che si sta parlando) quando vanno in guerra non si presenteranno mica con gli stivali sporchi?!

Improvvisamente la feccia diviene preziosa collaboratrice per lo sforzo bellico e ogni volta che le retate falcidiano la popolazione di Berlino basta loro esibire il libretto di lavoro “Blindenwerkstatt Otto Weidt” per essere risparmiati. Zitto zitto quel signore mingherlino li ha salvati. Per un po’. Perchè questa è una storia nazista e quindi finisce male, molto male.

Ma in questo Giorno della Memoria è forse il caso di ricordarsi anche il bene. Il bene che certi piccoli uomini e certe piccole donne sono riusciti – nel loro piccolo mondo – a conquistare e difendere, mentre intorno l’Europa si stava apprestando a bruciare sull’altare della violenza di stato, dell’infallibile scienza, dell’ingordigia capitalista, dell’inerzia morale. In Germania li chiamano “Stille Helden” perchè die Stille, il silenzio, è stata la loro fortezza (e un po’ anche la loro prigione). Non era affatto facile fare gli eroi in quegli anni, perchè si era fondamentalmente soli. Non ci si poteva confidare con nessuno, figurarsi chiedere aiuto. Si rischiava troppo, una soffiata alla Gestapo e quindi il Campo di Concentramento o finanche la ghigliottina. Non ti fidavi perchè la gente mangiava pane (poco) e terrore (tanto). A volte le soffiate, le denunce, anche anonime, partivano per semplice paura. Ti denuncio non tanto perché appoggio il sistema ma perchè temo che il sistema mi divori, o, più banalmente, che tu denunci me. Homo homini lupus. Benvenuti nella super-società del super-uomo.

E quindi, da soli, cosa si può fare?

Qualcosa. Che non è abbastanza per salvare tutti, ma lascia senz’altro un segno.

Otto Weidt ci ha lasciato ad esempio la sua storia piccina e coraggiosa che potete trovare raccontata nella casa-museo di Rosenthaler strasse 39. Potrete entrare fra i muri scrostati della sua officina, vedere i tavoli dove lavoravano i suoi operai, le foto con i volti di quelle donne e quegli uomini che “i sani” definivano “vite indegne di essere vissute”. È un viaggio nella storia che non fa rumore, che passa nelle stanze 3×3 anziché nei saloni dei potenti (la sala dei ricevimenti della cancelleria hitleriana era grande 400 metri quadrati). Sembra quasi di sentire il rumore delle mani al lavoro, la stufa che scoppietta, la minestra per il pranzo che borbotta, qualche risata, che però si abbassa subito se qualcuno bussa forte, da basso. Una storia che si insinua nella memoria, come le preghiere che ti insegnano da bambino e che non dimentichi più, mai. E che ti torneranno in mente sempre, quando ne avrai bisogno.

La casa di Otto Weidt nasconde anche altri segreti, altre storie, che è bene scopriate da soli, perché è storia di uomini e donne che non sono passati nei libri ufficiali ma si sono fatti e si continuano a fare vicini a noi. Nello stesso cortile troverete una mostra fotografica che racconta altri esempi di coraggiosi eroi del silenzio e un piccolissimo museo dedicato a una bambina ebrea il cui diario ha scosso gli animi del mondo, Anna Frank. Se siete fortunati avrete anche occasione di incontrare la signora Inge Deutschkron. Lei – nata nel 1922, ebrea – Otto Weidt lo ha conosciuto, ha lavorato nella sua fabbrica, è stata deportata, ed è sopravvissuta. La sua presenza umana, il suo occhio, vegliardo ma sveglissimo, è segno potente di memoria che non vuole essere azzittita.

E se parlate tedesco potete chiederle come finì l’avventura coraggiosa di Otto. Nel febbraio ’43 ci fu la Fabrikaktion e la maggior parte dei suoi operai venne deportata. Ce n’è a questo punto davvero abbastanza per perdere la voglia di vivere, di combattere, di resistere. Non se sei Otto Weidt. ‘Cecato, solo, mingherlino si comprò un biglietto del treno per Cracovia, raggiunse Auschwitz e provò a riportare a casa i suoi amici. Ma è una storia nazista questa. Finisce male.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *