Quando i giochi si fanno troppo seri

Ernste Spiele / Serious Games

videoinstallazione di Harun Farocki

Hamburger Bahnhof

6 Febbraio – 13 Luglio 2014

Quando il mio fratellino andava all’asilo disegnava tutte le persone con una riga rossa sospesa sopra la testa. E quando la maestra gli chiedeva cosa fosse quella riga (più o meno lunga a seconda dell’importanza della persona raffigurata) lui rispondeva con allibito candore: “sono i punti ferita” (per chi non fosse avvezzo al gergo dei videogiochi i punti ferita o hit points rappresentano più o meno quante volte ti possono picchiare, sparare, accoltellare, investire prima che tu, ovvero il tuo personaggio, crepiate: game over / fine del gioco). Ovviamente mia madre venne convocata subito all’asilo e ovviamente poi noi fratelli maggiori fummo investiti di ogni responsabilità: “giocate troppo al computer, ora vostro fratellino pensa che la vita sia un videogame!”. Dopo avere visitato la mostra di Harun Farocki “Ernste Spiele” alla Hamburger Bahnhof, ho scoperto che invece stavamo semplicemente sottoponendo il nostro fratellino di 4 anni allo stesso percorso di formazione dell’esercito americano. Per i giovani soldati americani (che hanno un po’ più di 4 anni) la guerra, la guerra vera, è solo una parentesi di realtà fra le simulazioni virtuali, che prima e dopo e durante il conflitto accompagnano la loro vita. La guerra (e non solo), suggerisce amaramente Farocki, non è più epos, ma rpg.

Di guerra Farocki si è sempre occupato, come documentarista, giornalista e infine artista. Come “narratore di guerre” ai tempi dei mezzi di comunicazione di massa si è interrogato su come raccontare alla massa il fenomeno della guerra. La massa, che sovraesposta a ogni genere di immagine, perde la cognizione di ciò che reale e ciò che fittizio, la massa, che sovraesposta a immagini sempre più violente, perde la sensibilità per ciò che è dolore, male e morte.

E la guerra.

Ai tempi del Vietnam Farocki voleva spiegare al pubblico televisivo americano in cosa consistesse un bombardamento al Napalm. Si accese una sigaretta e se la spense addosso. Ripreso dalla telecamera. Immaginate, disse al pubblico americano (ai tempi ancora beatamente tabagista), la vostra sigaretta brucia a 400°, il Napalm vi arriva sulla pelle, vi si incolla addosso e vi brucia a 3000° (Inexstinguishable Fire, 1969).Che scandalo solleverebbe oggi in USA: un uomo che si accende una sigaretta in tv! Pessimo esempio per i giovani, sono cose che non si devono vedere più.

Piuttosto che attraverso la cruda esposizione alla realtà, alla guerra ci si arriva attraverso un gioco. Un videogioco. Nel documentario di Farocki – girato in modo freddo e spersonalizzato in un centro di formazione americano – si vedono ragazzotti brufolosi e palestrati tutti impegnati a spararsi cannonate. Al computer. E se il missile ti becca, hai fatto game over. Per un po’ non giochi più (Serious Game I: Watson is Down, 2010). Poi vanno tutti a giocare a paintball in un villaggio afghano ricostruito con mezzi scarni (peggio che un B-movie) dove le comparse sono molto più preoccupate del catering e continuano a sgranocchiare patatine anche dopo che il soldatino americano li ha mitragliati.

E poi vanno alla guerra vera. E quando tornano (se tornano), traumatizzati da quello che hanno visto, sentito, provato sulla pelle (oddio! La pelle ma allora qualcosa di vivo e vero era rimasto) potrebbero essere sottoposti a una cura sperimentale attraverso un videogame. La simulazione al computer permette di rivivere il trauma fino a che si rimane completamente anestetizzati (Serious Games IV: A Sun with no Shadow, 2010). Via il dolore, via il male, via la morte. In questo gioco finale non c’è game over, ma redenzione. Un po’ cheap se volete, perchè, come ironicamente nota Farocki, il gioco che vi cura è molto meno sofisticato di quello che vi prepara. Per la redenzione insomma servono meno soldi.

Dinanzi alle videoistallazioni di Farocki spesso nutre la speranza che si tratti solo di invenzione di un artista malizioso. Simulazione di simulazione. Non un documentario, bensì una astutissima fiction che ci racconta un mondo deforme, come potrebbe essere.

E invece no.

È tutto vero. Ma è proprio questo velenoso interrogativo sulla sensazione di realtà a distaccare l’operazione di Farocki dal giornalismo d’assalto e permettergli di entrare nelle stanze di un museo.

Non si tratta qui soltanto di stigmatizzare una società che ha trasformato la guerra in modo di vita “normale” (fare la guerra è un lavoro come tanti altri) ma addirittura l’ha smaterializzata, alleggerita, annullando la differenza tra il serio e il ludico. E neppure criticare il modo in cui si racconta oggi la guerra.

La guerra, fin dai tempi dell’Iliade, è sempre stata uno spunto fantastico per la fiction. Un tempo la cantava l’aedo cieco, oggi la vedi in diretta tv. Cambia il mezzo, la guerra fa male lo stesso.

É il gioco di rimandi, il labirinto di specchi, simulazioni e dissimulazioni, la sensazione che il racconto abbia preso più importanza del vero. Oggi siamo pronti a mettere in discussione tutto, come se il mondo fosse una gigantesca candid camera. Attenti a cogliere gli errori del set, le falle della sceneggiatura, sovreccitati da una realtà “aumentata”, attori – simulatori della nostra stessa irripetibile esistenza siamo sempre più lontani dalla nostra pelle.

Fino al giorno in cui comincerà a bruciare e non vivremo abbastanza a lungo per vedere nel cielo luccicare la scritta “game over”.

(nota: nonostante la sovraesposizione ai videogiochi violenti oggigiorno mio fratellino è un ragazzo ragionevolmente pacifico, sufficientemente critico, decisamente sensibile. E continua a giocare troppo al computer)

 

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