Are we doing it cool? Il Muro, specchio di Berlino nella East Side Gallery di Jim Avignon

East Side Gallery
Jim Avignon sulla East Side Gallery

Doing it cool for the east side”, diceva un tempo il grande dipinto di Jim Avignon sulla galleria all’aria aperta più lunga del mondo, la East Side Gallery di Berlino.

Era il 1990 e sull’immagine danzava una catena di persone che si tenevano per mano. Si muovevano elettrizzate al ritmo techno delle notti di Berlino, sotto il cielo e sopra i prati. Respiravano aria di follia e transizione, danzavano sotto stelle rosse, carri armati ormai inoffensivi, falci e martello già “pop”, strade che portavano lontano, tacchini psichedelici e funghetti vaganti. Un bestiario di festaioli decisi a contagiare il grigiore dell’est con i loro colori acid e la loro voglia di sperimentazione. Una fotografia dipinta della città che attende il futuro ed esorcizza l’angoscioso passato, trascinando tutti i berlinesi in una danza irrefrenabile.

We didn’t do it very cool for the east side, sembra dire Jim Avignon ventiquattro anni dopo. Infrangendo la regola del Denkmalschutz [il mantenimento senza modifiche della galleria in quanto bene culturale da tutelare. La regola è già stata infranta più volte negli anni passati per fare spazio ai cantieri], l’artista berlinese ha dato una mano di bianco sopra al suo dipinto del ’90, che nel 2009 era stato restaurato da altri in sua vece, e l’ha sostituito con un’immagine nuova, attuale, caustica. Nel 2013 Jim Avignon ha dipinto la Berlino degli anni Duemilaedieci, e con un solo passo, e un’azione lampo sul muro più famoso di Berlino, ha pestato i piedi in un sol colpo a chi non vuole vedere che la città sta cambiando, e a chi si ostina a farsi bastare i memoriali per fare pace con il futuro.

La nuova immagine di Avignon è tagliente e inquietante: lì vediamo una Berlino che ha smesso di ballare sotto le stelle; che è popolata di immobiliaristi dalla faccia verde che ci ricordano gli speculatori di Grosz, palazzinari che si appropriano di interi quartieri, berlinesi impauriti che si nascondono in casa – finché che ne hanno ancora una. Ladruncoli e startupper che hanno la leggerezza del menefreghismo a-sociale, un uomo solitario che ha come unici compagni all’ora del tramonto una bottiglia e un fiume che scorre impietoso, inarrestabile. Che divide il giorno dalla notte, la Berlino della speculazione dalla Berlino della festa. La seconda metà del dipinto di Avignon ci mostra la città dopo il calare del sole, con i turisti dell’alcool e le signorine imbellettate, i funghetti che sono diventati dj e il mondo intero che fa la fila fuori dai club.

Sono spariti tutti i simboli del passato – stelle rosse e carri armati cedono il passo a palazzi moderni e pannelli di cemento. Il mondo balla ancora a ridosso dell’Oberbaumbrücke, ma nell’ordine costituito dei club stellari, senza sorridere e senza guardare verso il cielo. Nessuno si tiene più per mano. Il fiume che separa il giorno e la notte divide anche le anime berlinesi, non c’è alcuna partecipazione alla vita degli altri, e ciò che accade di giorno non è metabolizzato o interdetto, ma sedato via di notte nella corsa folle verso la coolness più alienante.

Quella coolness con cui nel ’90 si voleva contagiare l’est. E invece, secondo le immagini di Avignon, siamo riusciti solo ad esportare malcostume. Molti degli altri artisti della gallery lo hanno criticato per il ripensamento della sua opera: la East side Gallery era “l’unico memoriale alla riunificazione tedesca”, e come tale doveva restare lì com’era, identico a se stesso, a dispetto del mondo che gli si stravolge intorno. Che di quel memoriale ha già sacrificato diversi metri sull’altare dell’edilizia (di dubbio gusto), e che non sembra avere molte remore a demolirne sempre più pezzettini.

Jim Avignon respinge le critiche, rifiuta di imbalsamare la East Side Gallery con le bende del suo passato, e canta in questo decisamente fuori dal coro. Dichiara il valore della East Side Gallery oggi, come spazio vivo e presente nella vita cittadina, e ci avvicina forse un po’ al senso del combattere per mantenerla in piedi. Quella di oggi, non quella di ieri. Quale senso può avere attaccarsi al simbolo di un mondo passato, se di tale mondo stiamo radicalmente negando ogni presupposto e aspirazione? Perché idealizzare gli anni Novanta come una leggendaria terra di magia, quando ne stiamo avvelenando i frutti?

E ancora – quale sconvolgimento letale dell’arte di strada è l’inchiodarla alla permanenza, quale reinvenzione di quell’immobilismo da museo che l’arte murale vuole e deve combattere.

Finché quel pezzo di muro rimarrà in piedi (e lo vediamo già sgretolarsi sotto i nostri occhi, un pezzettino al giorno, nell’indifferenza dei più e nell’incapacità d’imporsi dei pochi che lo difendono), esso dovrà mutare e dialogare, continuare a resistere nella sua funzione di galleria libera, di confine finalmente superato – lo spazio di cemento dal quale la favola di Berlino è cominciata, in cui l’arte crea dialogo, e non si arrende all’ineluttabilità di qualsivoglia sistema. Una tela dalla quale Berlino guarda Berlino, e le racconta cosa vede. E per mano d’Avignon oggi le sta dicendo – Not cool at all, Berlin.

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