Collezione Wemhöner: uno sguardo altrove

Sammlung Wemhöner

20140406_142749Oudenarder Strasse 16-20 13347 Berlin – Wedding

dal giovedì al sabato ore13-18

ingresso gratuito

La cosa bella di Wedding è che non è diventata la nuova Kreuzberg. Per lo meno non ancora. Perciò ogni volta che un evento speciale, una mostra, un vernissage, (o un amico pioniere che si è appena coraggiosamente trasferito) ti portano lassù hai tutto il piacere di esplorare una parte di città insolita, discontinua, e – forse la cosa migliore – impossibile da ridurre nei casellari degli stereotipi berlinesi. Wedding non è del tutto turca, ma neppure del tutto hipster, non è più periferica, ma non ancora cool. Il piacere insomma è quello di vedere una città nel suo farsi senza volere scegliersi per forza una parte.

Questa volta l’occasione è data dall’apertura straordinaria della Collezione Wemhöner che dal 23 Marzo al 18 Maggio 2014 offre per la prima volta la possibilità di ammirare una selezione di lavori negli spazi bellissimi degli Osram Hoefe. Dimenticavo: gratuitamente e si vede che non siamo a Mitte né a Kreuzberg!

Come al solito scopriamo che – per quanto genericamente odiata – la BVG ti porta veramente dappertutto e non c’è angolo della città che non sia servito dal suo comodo tram. In questo caso l’M13 che ti lascia proprio davanti all’ex-complesso industriale della Osram.

I bei cortili in mattoni che furono un tempo attraversati dal via vai instancabile dell’operaio berlinese (come poteva sospettare che i suoi pronipoti ecologisti avrebbero poi vietato la lampadina a pera dalla luce morbida e calda in nome del risparmio energetico e dell’orrore alogeno!) sono stati recuperati in modo così scombinato da non lasciarci dubbio di essere veramente lontani dagli artigli laccati della gentrificazione schickimicki: la collezione Wemhöner convive con una caserma di Polizia, un ristorante di lusso, un negozio tutt’un euro, un laboratorio di analisi mediche neurologiche e la solita infilata di Aldi, Netto, Lidl (tre catene di supermercati low cost, per chi non fosse di qui) che ci fanno capire in modo molto pratico quello che il prof. di Economia cercava inutilmente di illustrarci spiegandoci il concetto di “concorrenza perfetta”. Insomma di nuovo ci accorgiamo di essere in una parte di città che si sta ricostruendo un po’ “fai da te” o “così come viene” lasciando molto spazio alla fantasia e all’urgenza del momento (esattamente come quando fai una torta con tutto quello che ti è rimasto in frigo esponendoti al rischio del disastro o dell’irripetibile successo gastronomico).

La Collezione Wemhöner si trova al terzo piano in uno spazio recuperato con la solita eleganza di una galleria che non vuole negare il suo passato: possenti travature d’acciaio sui soffitti, bocchettoni per l’acqua e cablature elettriche obsolete ci riportano per un attimo al tempo in cui qui non stavano Kosuth e Marina Abramovic ma ben altri Joseph e Marie che passavano le ore a inscatolare lampadine in attesa che una sirena li riportasse al tram e alle patate lesse della sera.

Le opere esposte però ci ricatturano subito al presente con una selezione che stupisce per l’ampio spazio dato agli artisti dell’estremo oriente. Si tratta certo di un’attenzione rivolta alla parte del mondo in “esplosione” ma anche un legame molto diretto, molto pragmatico con le origini della collezione: i Wemhöner sono una grande famiglia industriale tedesca che produce macchinari per la lavorazione del legno e che impiega migliaia di cinesi. I soldi della famiglia vengono riconvertiti in arte e di nuovo quindi arte cinese o comunque orientale.

Ma non aspettatevi ideogrammi, dragoni, faccioni di Mao.

Quello che interessa a Wemhöner (e al suo giovanissimo consulente e curatore, Philipp Bollman, classe 1987!) è la Cina di oggi e possibilmente di domani con i suoi problemi politici, identitari, sociali, individuali ben rappresentati nelle opere di Gonkar Gyatso che – ad esempio – in My Identity (2003) allestisce quattro teatrini in cui posa nei modi e negli abiti di quattro artisti cinesi di diversa epoca lasciandoci intendere che tuttavia sono ancora tutti presenti in lui (ed è appunto il bello della Cina: ideogrammi, dragoni, faccioni di Mao e mobili Ikea)

Oppure nell’opera bellissima di Yin Xiuzhen One Sentence (2011) in cui l’artista chiede ad amici e conoscenti di ogni parte del mondo di regalarle i vestiti che indossano (dai calzini al cappello). Lei poi li fa a strisce sottili sottili e li monta come graziosi mandala policromi dentro le scatole della pellicole cinematografiche: il vissuto, l’identità, le affermazioni di identità vengono incastrate in quel lungo nastro avvolto su se stesso come un bizzarro dna da cui spuntano le istruzioni per il lavaggio, il pizzo di una mutadina, una spilla luccicante o una etichetta H&M.

La Collezione si aggiunge così alle altre perle di Wedding, come lo Stadtbad (oramai santuario consacrato per party e street art) o il Krematorium. Perle ancora più preziose perchè fuori dalla portata comoda di chi vuole avere tutto sotto casa, tutto nel suo Kiez. E mentre allunghiamo la mano per acciuffarle prima che rotolino via, allunghiamo il nostro sguardo sulla nostra città, su tutta la nostra città: ed è ancora grande, ancora da inventare, ancora da raccontare. Sempre In-Finita. E lo sguardo va oltre.

 

 

 

 

 

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