Il ritorno del Duca – David Bowie a Berlino @Martin Gropius Bau, 20/5-10/08-2014

DavidBowie_Plakat_sMartin-Gropius-Bau

Niederkirchnerstrasse 7 

10963 Berlin

Tutti i giorni dalle 10 alle 20

10-14 Euro

[Prolungata fino al 24 agosto]

Nel 2012 il Victoria&Albert Museum di Londra ha ottenuto l’accesso all’archivio di David Bowie; il lavoro di selezione dal monumentale repertorio di oggetti, musica, cinema, costumi, dischi, libri etc. del Duca è durato dei mesi, e il risultato è la mostra “David Bowie Is”, che dal 20 maggio al 10 agosto 2014 è esposta al Martin Gropius Bau di Berlino.

La mostra non è immensa, ma densissima di oggetti e cimeli. Cacofonica per la miriade di stimoli visivi e uditivi che propone, con la musica di Bowie nelle sale e nelle cuffie dell’audioguida interattiva. Questa va attivata all’ingresso e mai più toccata: fa tutto da sé, riconosce lo spazio in cui ci si muove e dà voce ai video, che sono proiettati alle pareti e nei monitor incastonati qui e lì nelle pareti nere, propone poi spezzoni di canzoni e di interviste.

Lo spazio è un po’ angusto, volutamente oscuro, in alcuni tratti si ha la sensazione che la mostra sia un po’ sacrificata – occupa metà del primo piano del Bau, e i grandi allestimenti lasciano poco spazio ai visitatori. Il che non lascia scelta se non quella d’immergersi completamente nella voce, nella mente e nelle visioni di Bowie.

Uscendo dalla mostra la testa risuona di un oceano di suoni, immagini, idee e forme e colori e significati, tutti con una faccia sola. E una domanda bifronte: quante maschere può indossare un uomo prima di perdere se stesso? E quante maschere può esplorare un artista senza ricadere in se stesso e rendersi goffo o ripetitivo? Le risposte a queste domande, se esistono, non valgono per David Bowie.

Forse lui non è un uomo, ma davvero quell’alieno che atterrò sulla Terra all’inizio degli anni Settanta. Bowie è bello come un dio e aggraziato come una dea, è il punto di incontro terrestre del principio maschile e di quello femminile, è la respirazione circolare della creatività, che non riceve senza creare e non crea senza assorbire. Da cinquant’anni polimorfo e troppo grande per un nome solo, Bowie esce dalla sua pelle con la facilità di un serpente, sempre per mostrare che ne sta già abitando una nuova, che come le infinite precedenti gli calza addosso come un guanto.
Come gli abiti dei sarti visionari che hanno lavorato con lui, cuciti sulla sua pelle per dare forma e colore alle sue visioni, per dare alle sue creature un involucro comprensibile anche da noi terrestri. Nelle sale del Martin Gropius Bau vediamo i suoi costumi e i suoi appunti, scopriamo che David Bowie ha la calligrafia ordinata di un bambino, che suona e disegna e dipinge da quando bambino lo era; che il piccolo David Jones, classe 1947, raccoglie un milione di stimoli – dai classici del rock alla letteratura di fantascienza – e contiene un milione di impulsi, che si dipanano poi dai primi anni Sessanta nell’infinità di album e film e collaborazioni che hanno fatto la storia della cultura contemporanea.

L’esposizione segue un tracciato semi-cronologico, mostrando come Jones è diventato Bowie e quante e quali influenze ne hanno segnato lo sviluppo creativo. Non scopriamo la vita di Bowie, ma piuttosto quella delle sue innumerevoli maschere, che si guardano tutte dai manichini che le indossano e dai dischi e dai video che le raccontano. Sono tutte così diverse tra loro, passano dal glitter estremo al minimalismo più asettico, e sembrano tuttavia capirsi sempre, non stonano e creano anzi una sinfonia, orchestrata in modo geniale dal demiurgo biondo e angelico che le ha incarnate.

Bowie

Non vediamo solo oggetti e appunti di Bowie, vinili e cimeli, ma anche il software che lui utilizza per creare medley di parole, da usare poi per la composizione dei suoi testi. E tantissimi video, e gli appunti delle sue idee e dei testi delle sue canzoni. E le foto e le lettere dei suoi amici e compagni d’arte, e visto che siamo a Berlino abbiamo un occhio di riguardo per Klaus Nomi e per Marlene Dietrich, vediamo l’appunto ‘Iggy is into it. Delightful’, che magari fu scritto al 155 della Hauptstrasse, e ascoltiamo brani della Trilogia magica degli anni berlinesi di Bowie, che lui stesso definisce “ciò che più lo ha rappresentato.”

Poi usciamo dal Martin Gropius Bau, che si trova a Kreuzberg, a ridosso del Muro. Ci chiediamo come lui “dove siamo adesso”, vorremmo avere la metà delle sue risposte, e vediamo che anche da dentro un museo Bowie muove la moda e muove la gente. Ci accorgiamo che la città è come invasa da Ziggy – magari è un condizionamento, ma me non mi sembra di aver mai visto in giro così tante magliette dei Diamond Dogs o fulmini dipinti sulle facce della gente. La mostra non finisce quindi fuori dal museo – le persone la portano per la strada, indossano David che indossa le sue maschere, e perpetuano il suo desiderio di dissimulazione. Come dice lui stesso, “è molto più facile essere qualcun altro”.

Anche sugli schermi di Berlino l’esposizione continua – il Babylon Kino fa da controparte ufficiale alla mostra del Martin Gropius, e propone una rassegna dei film in cui compare il trasformista dagli occhi bicolore. E anche il Lichtblick Kino ci regala una serata di puro Berlin-Bowie, con la proiezione di “Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo” e di diversi documentari, tra gli altri “Bowie in Berlin” di Christian Davies. Il 1 giugno, a partire dalle 18.

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