La bugia della salvezza – i bunker antiatomici a Berlino Ovest

bunker a Berlino
E comunque, sono sempre gli altri a morire

Sono sempre gli altri a morire, recita l’epitaffio di Duchamp. La stessa ironica scritta troviamo all’entrata del rifugio antiatomico di Gesundbrunnen, sulla Badstrasse. Una porticina sul lato nord del ponte, che passando per la strada spesso non notiamo nemmeno. Nulla ci fa supporre che lì sotto ci sia un’altra città, che è la città della paura e delle bombe, la Berlino della Guerra, anzi delle Guerre. Dentro alla stazione di Gesundbrunnen c’è un intero rifugio antiaereo della seconda Guerra Mondiale. A pochi passi la Flakturm (torre della contraerea), che si merita un racconto a sé. E qui sotto la prosecuzione del conflitto, che dopo la Seconda (guerra mondiale) e in previsione della Terza si fa ancora più contorto e oscuro, sfonda il muro della morte per diventare apocalisse, fine non della vita ma di tutta la materia.

Ogni epoca ha la sua versione del giorno del giudizio, che canalizza le energie in esubero e ispira romanzieri e pittori e ci aiuta identificare i nostri idoli. Alcuni fortunati vivono in epoche in cui l’apocalisse è data per certa – l’anno mille, il 2012, il 1260, il duemila. E allora almeno si sa quando avverrà e se hai da fare qualcosa fallo prima di quella data, così tanto per andare sul sicuro. Altri la fine del mondo non l’hanno nemmeno vista arrivare, e in un attimo più o meno esteso era tutto finito. Chiedete ai dinosauri. O agli abitanti di Atlantide.

Per alcune sfortunate civiltà la fine del mondo è invece una possibilità non remota e nemmeno datata, è una certezza come quella che l’individuo ha della morte – inesorabile essa s’avvicina e non sai quando e non sai come, ma prima o poi arriva.

E allora ci si prepara al peggio, si immagina che forma avrà questo giorno del giudizio e si erigono barricate per lasciare fuori la distruzione, e salvare il salvabile del genere umano. Berlino Ovest era una civiltà così. All’ombra del muro di cemento brulica, tra le strade intrise di pace armata, la fine di quel mondo che tanto ci si affanna ad arredare di nuove forme e nuovi colori. L’ombra del fungo che tutti hanno visto in tv pochi anni prima ricopre l’attività di ogni minuto della vita cittadina, alimenta il desiderio di non vederla e non pensarci. Ma l’ombra c’è, e qualcosa va fatto per proteggersi.

La minaccia non è banale, dopo aver visto il Fat Man dilaniare Hiroshima tutti sanno che la distruzione portata dalla bomba atomica è tanto potente quanto veloce. E Berlino Ovest è una città murata, il che rende l’orizzonte di fuga minimo e disperato. Così Berlino Ovest si costruisce i rifugi antiatomici. Non ce n’é per tutti, naturalmente. Quelli di emergenza – dove le risorse bastano per gli occupanti per circa 48 ore, come quello di Gesundbrunnen – e quelli a medio termine, dove le persone (a seconda del bunker tra le 2000 e le 3500) hanno spazio e aria e acqua e cibo per circa 14 giorni.

Uno di questi rifugi “a lungo termine” l’avete visto tutti, se mai avete preso la U8 e siete passati per la stazione di Pankstrasse. Tutta la stazione, costruita nel 1977, è classificata come “Mehrzweckanlage”, una di quelle parole composte tedesche che così bene si adattano alle invenzioni. Vuol dire “edificio con più scopi”. Nel caso di Pankstrasse gli scopi sono quello di garantire il traffico della metro e di offrire rifugio a 3339 persone nel caso di attacco nucleare.

Tutta la stazione si chiude con due immensi portelloni d’acciaio, che tappano i tunnel di scorrimento del treno. Nel caso di messa in funzione i treni sarebbero stati parcheggiati nella stazione, che sarebbe stata successivamente chiusa ermeticamente chiudendo le enormi porte. Brandine per dormire sarebbero state sistemate nei treni e appese tra le colonne della stazione. Una porticina alla fine della banchina conduce su per una scala agli altri spazi del rifugio – anticamera per spogliarsi e lavarsi, portellone d’acciaio e poi cucine, bagni, altre camere con le brandine per la notte. Tutto pronto per gli ospiti, come in un ostello degli orrori nel quale tutto ciò che si riesce a respirare è odore di paura. Non ci sono oggetti appuntiti, gli specchi sono flessibili e le gamelle e le posate della cucina sono di plastica. Non ci sono travi scoperte e possibilità di appendersi. Tutto è pensato per non fare suicidare la gente. Il che naturalmente sposta l’idea del suicidio al centro della stanza, e tutti che la stanno a guardare.

Nel caso qualcuno ce la facesse, o magari il cuore non gli reggesse all’incubo del presente, si era pensato a tutto: sacchi per la custodia dei cadaveri e uno spazio apposito nel bunker.

Nelle cucine erano predisposte latte su latte di cibi conservati, risorse d’acqua potabile e null’altro. Le brande sono di plastica, il sudore e i fluidi corporei non avrebbero avuto alcun modo di defluire, e avrebbero trasformato in poche ore il bunker in una fossa di cemento di fetore e disagio. Poco attraente anche per chi avesse conservato una speranza di salvezza. Ma chi ti salva, se il mondo là fuori è ridotto a un’ombra scheletrica?

Durante la Guerra Fredda era convinzione comune che un eventuale conflitto armato sarebbe potuto durare una trentina di secondi. Poi basta, tutto è cenere. E cosa resta alle persone eventualmente rinchiuse nei rifugi? La promessa di autobus attrezzati per andarli a prendere, che facevano parte del piano di evacuazione, ma evidentemente non sarebbero mai arrivati.

E allora perché darsi tanta pena e tanta spesa per la costruzione di questi apparati? Forse l’illusione della sicurezza è migliore della rinuncia a priori. Forse i governi desiderano che la popolazione abbia la minaccia ben presente tutti i giorni, così il nemico non smetterà mai di essere spaventoso. Forse invece vivere quattordici giorni di più è meglio che morire subito. Forse la paura ci rende cittadini migliori. E poi, il denaro che ci mandano da fuori va ben utilizzato.

Bunker Berlino
Berliner Unterwelten

Il bunker di Pankstrasse e molti altri dei segreti del sottosuolo di Berlino sono accessibili con le visite guidate di Berliner Unterwelten. Ogni visita è condotta (di sabato anche in italiano) da guide di preparazione e competenza eccellenti; la conservazione e la ricerca sul sottosuolo di Berlino sono portate avanti da Unterwelten con un lavoro encomiabile dal 1997. Visitando i bunker sosterrete l’organizzazione e vivrete un’esperienza unica per entrare davvero nella storia di Berlino.

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