L’estate sperimentale – Lo Schlagstrom! Festival e due chiacchiere con Maurizio Vitale

Schlagstrom! 2014

Schlagstrom! Festival

1-3 Agosto 2014 Betriebswerk Schöneweide (S8, S9, S45, S46 Betriebsbahnhof Schöneweide)

Tutti i giorni dalle 18

E finalmente arriva agosto, e con lui torna anche lo Schlagstrom! Festival. Tre giorni di sperimentazione, musica e installazioni sonore – un concentrato di industrial, noise e ambient “al polo opposto del mainstream”, nella bellissima e industrialissima location del Betriebswerk Schöneweide.

Il vecchio deposito di treni della ferrovia imperiale di Berlino, dove adesso riposano (e ogni tanto rombano di nuovo) le antiche locomotive a vapore e i bellissimi treni di quasi cent’anni fa, verrà investito dal 1 al 3 agosto da una tempesta di suoni visionari, eccessivi e ritmati di una selezione incredibile di artisti d’avanguardia. Musica, installazioni, fotografie – qui trovate tutti gli artisti che parteciperanno.

Ne ho approfittato per fare due chiacchiere musicali con uno di loro: Maurizio Vitale, ideatore del progetto Lolita Terrorist Sounds. Io li ho visti alla loro prima apparizione live, qualche mese fa. Maurizio suona la chitarra e canta con voce profonda, per poi ogni tanto prendere in mano le bacchette o il trapano e fare quello per cui lo conosciamo – battere ritmi di ogni genere e numero su materiali di ogni tipo. Fa entrambe le cose facendosi rotolare i ritmi addosso e risputandoceli contro, senza darci tregua. Gerrit Hassler improvvisa sulle basi, lui invece è fermo come una statua quando suona, concentratissimo. Anche quando si sposta, si porta davanti al synth e comincia a tamburellare con il legno sulla plastica. E poi c’è Colin Hacklander, che ha l’energia di un tornado e si mangia tamburi a colazione. La batteria sembra piccola davanti a lui che è grande, e ci si chiede come possa vibrare così tanto all’unisono – avendo lui fino a prova contraria solo due mani. E poi si stacca dallo strumento, viene al centro del palco a far stridere lamiere d’acciaio, e plastiche, e ogni materiale che possa produrre un suono. Il risultato è una session che si muove tra echi blues e gli estremi del noisy; Lolita ci ha ammaliati con una tempesta di ritmi e di atmosfere. E si esibirà di nuovo, domenica 3 agosto, proprio allo Schlagstrom! Festival.

Maurizio è un giovane italiano, che dopo dieci anni di attività in Italia, dove si è formato al conservatorio e ha portato avanti in parallelo diversi progetti noise e post-punk, ha deciso di lasciare il BelPaese alla volta di Londra prima, Berlino poi.

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Maurizio Vitale_ pic: Lolita Terrorist Sounds

Giovanissimo ma con una tonnellata di esperienza quindi; permettimi di partire da Berlino: come mai sei finito proprio in questa città e come ti trovi a lavorare da qui?

Berlino è la città migliore in Europa per vivere la scena musicale sperimentale e per avere stimoli e contatti creativi importanti. Londra è una città interessante, ricca di artisti validi. Ma lì l’industria musicale desidera una presenza trendy sul mercato, il che appiattisce quasi tutta la produzione ad uno standard simile, che sfocia spesso nella riproposizione ad nauseam di schemi assodati.

Qui a Berlino le possibilità di sperimentare sono molto più ampie; io ho riscontrato una curiosità maggiore nei confronti di ciò che è nuovo, sia da parte del pubblico che dei musicisti e addetti ai lavori. È possibile assistere a concerti estremamente eterogenei e compositi, dove cinque bands che fanno cinque cose diverse riescono a orchestrare un evento comune e contaminarsi a vicenda, creando sinergie davvero costruttive.

Io cercavo la possibilità di superare i miei limiti e gli schemi della musica tradizionale, e qui riesco (per ora!) a crescere quotidianamente come musicista e come ascoltatore.

L’Italia invece è limitante per chi fa il mio lavoro. Dopo 10 anni di carriera lì posso dire con certezza che manca la scena musicale d’avanguardia – nemmeno i linguaggi moderni che altrove sono ormai classici, come per esempio il rock, vengono ancora considerati artistici. C’è inoltre in corso un appiattimento culturale estremamente evidente, che volgarizza tutti i linguaggi su grande scala e diffonde valori e gusto sempre più superficiali, nella musica come in tutti i campi della cultura. In Italia, nonostante ci siano alcuni artisti validi, le strutture di cui l’arte ha bisogno stanno morendo – non ci sono i club, non c’è il pubblico, non c’è linfa per i nuovi progetti.

Che cos’è la sperimentazione musicale e dove la troviamo a Berlino?

Sperimentare per me vuol dire non impormi alcun limite, né in alto né in basso. Esagerare, senza perdere però mai il controllo. L’equilibrio che ne deriva è un punto esatto del suono, lontano da ciò che ci hanno insegnato “essere giusto” e anche dal caos randomizzato. Lo sforzo dell’artista sperimentale, in studio come sul palco, è la ricerca di quel punto. La parola d’ordine è radicalità, intesa come il perseguire uno scopo artistico al di là ogni regola imparata nei manuali, fidandosi del proprio istinto e della percezione che si ha del pezzo che si sta producendo.

Che non vuol dire è fare le cose a caso, imponendo a sé e al mondo la propria immagine di artisti del “pressapoco”. Questo è un atteggiamento controproducente, che ho notato spesso, sia a Berlino che a Londra, nei musicisti della mia generazione. Ci sono schiere di wannabes che ritengono di poter saltare la formazione per arrivare direttamente alla sperimentazione e al prodotto artistico. Un approccio di questo tipo non può essere radicale – le radici vanno in profondità, e questa si raggiunge solamente con un impegno costante e prolungato.

Per me l’artista genuino, nella musica come nelle altre discipline, è soprattutto un artigiano. Probabilmente questo mi deriva da mio padre, che da quando ero bambino ho sempre visto lavorare nel suo laboratorio (è un artigiano del cuoio). Da lui ho imparato il valore dell’impegno quotidiano a servizio della propria arte. Dietro ad ogni concerto ben riuscito e a ogni album di successo ci sono mesi di preparazione, talvolta con sedici ore al giorno di lavoro, costanza e esperienza tecnica di suono e di strumentazione: non riesco a immaginare un artista che non conosca l’anatomia di tutti i suoi strumenti.

Berlino è la città che al momento più rispecchia la mia personalità e la mia ricerca creativa. Qui ho stretto amicizie e collaborazioni importanti con artisti che stimo proprio perché hanno questo approccio serio e artigianale, per esempio quelli con cui collaboro con Lolita, ma anche “giganti” come NU Unruh e Kristof Hahn. I più grandi sperimentatori della nostra epoca, quelli che per noi oggi sono modelli da seguire, erano in primo luogo artigiani dediti alla sperimentazione pratica, manuale, sugli strumenti che avevano a disposizione.

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Lolita Terrorist Sounds sul palco – pic: +AA+

Chi sono questi modelli?

La scena alla quale mi rifaccio è soprattutto quella di Berlino Ovest degli anni Settanta e Ottanta. Lì sono nate e cresciute bands che hanno cambiato la storia della musica, nel terreno fertile della cultura industriale e post-punk. Einstürzende Neubauten, Birthday Party, Nick Cave and the Bad Seeds: sono questi i maggiori tra gli artisti dei quali sento di condividere l’approccio alla musica. Il loro insegnamento principale è quello del rifiuto di soffermarsi su uno standard, quindi del cambiamento di direzione rispetto alla musica rock.

Oggi è soprattutto grazie a quel periodo della sua storia che Berlino riesce ancora ad essere un terreno ottimale per la cultura sperimentale. Qui quello che altrove è oscuro e di estrema nicchia è quasi mainstream, nel senso che gode di popolarità e di un pubblico molto vasti. La scena sperimentale di oggi sta recuperando l’approccio anarchico degli artisti dell’Ovest, riproponendone la curiosità e cercando di elaborare nuovi linguaggi a partire da essa. A sua volta quel tipo di cultura affonda le sue radici negli inizi del Ventesimo secolo, nella cultura dada e nella sperimentazione dei pionieri dell’avanguardia.

Torniamo al tuo progetto: chi è Lolita Terrorist Sounds?

Lolita è il mio alter ego sul palco da molti anni. Lolita è la Lolita di Nabokow naturalmente, e per me in particolare anche quella di Kubrick, perché considero il suo film la migliore trasposizione cinematografica del testo.

Lolita è tante donne in una donna sola – la bambina capricciosa, l’amante crudele, la donna indifesa. La mia musica è come lei – può essere melodica e dissonante, tonale e atonale, noisy o delicata. Terrorist perché il mio approccio al suono è sempre radicale, nel suonare, nel registrare e sul palco. Terrorista come chi va contro all’istituzionale e al conosciuto per esplorare, sperimentare. Sounds sono i suoni, che sono sempre il punto di partenza dell’approccio creativo. Può trattarsi di qualunque tipo di suono, la vibrazione di ogni materiale nell’aria. La voce è un materiale, il metallo è un materiale. Trovare la quadratura di tutti i materiali genera combinazioni di suono che diventano pezzi sperimentali.

Lolita Terrorist Sounds è un progetto nato per esplorare queste sperimentazioni, e creare musica in continua espansione. Da sempre è aperto alle più diverse collaborazioni. Da quando mi sono spostato dall’Italia Lolita è decollata, assorbendo stimoli e nuovi suoni dai molti musicisti che ho avuto la fortuna di incontrare e apprezzare. Nel 2014 Lolita sono Gerrit Haasler, Colin Hackerland e Maurizio Vitale. Abbiamo registrato il primo album in studio in febbraio e siamo stati live per la prima volta in aprile. Quello che gli spettatori sentiranno dal palco dello Schglagstrom! Festival sarà il germe di qualcosa che diventerà poi un album in studio: l’improvvisazione è parte essenziale del nostro processo creativo, e la sinergia che si crea davanti al pubblico è linfa vitale per la nascita del sound definitivo.

Lolita Terrorist Sounds sul palco - pic: +AA+
Lolita Terrorist Sounds sul palco – pic: +AA+

C’è un’altra città al mondo (o in quella parte di mondo che tu conosci) che sia paragonabile a Berlino per la scena musicale?

Mmhh… Forse. New York, forse. Anche lì la curiosità e la voglia di sperimentazione sono diffuse e prese sul serio, e i risultati che ne derivano sono vera avanguardia. Berlino però ha in più la sua caratteristica avvicinabilità: a Berlino – anche se sembra banale e sembra che non sia più così – i costi degli spazi sono ancora accessibili ai più. Si possono trovare posti dove vivere e suonare senza doversi ammazzare di (altro) lavoro per permetterseli. È la città del movimento di occupazione degli anni Settanta-Novanta, della cultura del fai-da-te e dell’aiuto sociale: anche se molto è cambiato quella cultura risuona ancora fino a noi. A New York conosco molti artisti che sono costretti a una costante lotta per la sopravvivenza, che genera stati d’ansia e compromette il lavoro artistico. Qui si è tutti più rilassati e concentrati sul lavoro.

Allo Schlagstrom! Festival vi esibirete in una cornice splendida e accanto a molti altri artisti – ti piace la dimensione festival e quali sono le band di quest’anno che sarai più felice di vedere?

I festival sono sempre buone vetrine di presentazione per le band. Si ha la possibilità di esibirsi davanti a un pubblico vasto, che magari non era lì per te ma che ti può scoprire e apprezzare. E come abbiamo già detto, a Berlino c’è pubblico anche per eventi non mainstream come questo. Ai festival per gli artisti c’è la possibilità di entrare in contatto gli uni con gli altri, e magari creare collaborazioni nuove e proficue. Quest’anno sono particolarmente felice di vedere sul palco Maria Jiku, è l’artista della selezione che ritengo più innovativa.

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