Happy Berghain, Birthday! #10 anni in mostra

#10
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Halle am Berghain

Rüdersdorferstrasse70

10243 Berlin

7-31 agosto 2014

Tutti i giorni tranne il lunedì dalle 16 alle 23

Quando si entra al Berghain le aspettative sono sempre ai massimi livelli. È naturale: lo sanno tutti, che è un posto pazzesco. E per quanto ci siano un gran numero di puzzettosi e wannabeübersnob che cercano di trovare il pelo nell’uovo, la macchia indelebile, il difetto imperdonabile – non ce la fanno.
Perché in questa bolgia di stili e mode, artisti e artistoidi, festenoia e festefetish, musiche e rumori e vecchi e giovani eccetera eccetera che è la Berlino di oggi, il Berghain rappresenta da dieci anni la quadratura del cerchio, e non sembra aver alcuna intenzione di abbandonare l’olimpo.
Far quadrare il cerchio in una città come Berlino è difficilissimo – quando si tratta d’arte, musica e festa la mole di creativi e professionisti che potrebbero avere un’idea migliore della tua o realizzarla meglio è così vasta da rendere il primato di ogni artista o locale un fenomeno tanto passeggero da essere subito effimero. Il locale della Ostgut Ton invece non teme rivali. Perché da dieci anni riesce a stare in equilibrio sulla corda che separa il mainstream dalla subcultura, l’arte iperintellettuale dalla fuffa da supermercato, la festa aperta dal club troppo esclusivo.
Come fa? Location (da paura), impianto (angeli mutatisi in casse), comunicazione (zero virgola flyer con una punta di web). E un pizzico di magia.

Entrando alla mostra #10, che Ostgut ha organizzato per i dieci anni di Berghain, ci si aspetta quindi di rimanere a bocca aperta. E succede anche, ma non in maniera fulminea o rocambolesca. Per una volta il Berghain ci fa andare piano, e propone una serie di opere che vanno approcciate con lentezza e comprese nel lungo periodo – quello che qui viene celebrato.
Lo spazio della Halle non viene aperto quasi mai, solo per occasioni speciali come questa, o per feste particolarmente sontuose. Lo stile è naturalmente l’industrial più puro e crudo. Immenso ma non freddo. Grande ma non dispersivo.
La prima cosa che si vede è il silenzio che c’è – quando ci si avvicina al cubone di cemento si è abituati a sentire un gran rimbumbumbo da metri di distanza. Qui c’è una quiete ronzante del vocio di centinaia di persone, che si muovono nella luce soffusa della Halle, e l’effetto, viene da pensare, è quello che farebbe il Berghain se un dj burlone azzerasse d’improvviso il volume delle casse.
Per la mostra #10 sono stati coinvolti nove tra gli artisti che con il Berghain collaborano fin dall’inizio. Avanguardisti e sperimentatori dell’immagine e della cultura, che in nove modi e molti media diversi hanno raccontato il mondo nel quale viviamo – la Berlino contemporanea, e la storia del Berghain nel suo divenire in mezzo a questa città camaleontica, e le influenze che li ispirano in questo ventunesimo secolo.

Ci sono i lavori fotografici di Ali Kepenek, Sven Marquardt e Friederike von Rauch; il primo esplora le identità ai limiti delle loro culture e del genere, con due pezzi dalle sue serie “Eastside” (Berlino 1996) e “Istanbul” (Istanbul 2005). Sven omaggia il mondo del cinema nella serie “Lost Highway”; con ironia e rimandi incrociati alle icone del grande schermo, si diverte e a fotografare i suoi colleghi in location decadenti dei dintorni di Berlino, per esporre poi un grande still-frame a colori e diciotto poster in bianco e nero, che rimandano alla sottile linea tre realtà e finzione, che a Berlino si scavalca ogni volta che si esce di casa. Von Rauch fotografò anni fa un elemento architettonico del primo Berghain, quello non ancora convertito in club, una fabbrica cadente piena di resti di materiali industriali. La riproduzione gigante che stampa per #10 sembra un paesaggio alieno e un po’ inquietante, o un astratto del primo informale. Un salto nel tempo e un omaggio alle radici del club.
Altri artisti si confrontano più direttamente con il mondo della percezione, i cui assiomi sono nell’ambito del clubbing e del drugging spesso violentemente messi in discussione. Viron Erol Vert crea un labirinto di sculture di vetro e acciaio, un non-luogo della destabilizzazione e dell’isolamento, dove ci perdiamo come se fossimo nel mezzo di una metropoli del futuro che non conosciamo. Quel lord di Carsten Nicolai usa invece come sempre un linguaggio minimale e penetrante. Mette una lampada caldissima di fronte a un pannello bianco. Vediamo le ombre se ci muoviamo tra l’uno e l’altra, e vediamo l’energia del calore muovere l’aria e le sue particelle intorno. Sentiamo l’opera che si trasferisce su di noi e ci fa sudare, e siamo noi di nuovo il centro della scena.
Piotr Nathan ci fa sedere sulle sue panche di materiale plastico trasparente, sotto al quale vediamo scritte a mano che somigliano al diario di uno psicopatico. O di un sognatore. La serie si chiama “Traumdeutung”, e si muove sul filo sottile tra sogno e realtà, tra ideale e identità. Seduti sulle panche vediamo il dipinto “la caduta d’Ercole”, e appeso sopra alle nostre teste il video che riprende la sua performance di pittura “come ho messo a tacere l’opera d’arte”. Una successione di gesti poetica, sognante e infinitamente malinconica.

Gli altri artisti si occupano invece più direttamente della realtà Berghain, di quello che accade tra quelle quattro osannate mura ogni weekend. O in occasioni speciali, come quando a volte il locale ospita lo Staatsballet di Berlino.
Norbert Biski è un artista di Lipsia che ha collaborato nel 2013 alle scenografie per il balletto “Masse”; ora ha preso il tappeto che aveva decorato per l’evento, lo ha tagliato in due e appeso al soffitto, facendo ruotare i due pezzi uno di fianco all’altro, come una coppia di ballerini lanciati in una coreografia mistica. Marc Brandenburg invece si è ispirato agli oggetti della vita quotidiana del Berghain, o meglio a ciò che rimane quando la festa è finita: spazzatura, catene, bottiglie, preservativi, volantini, gabinetti e via dicendo. Li ha resi dei tatuaggi temporanei che si possono acquistare nel suo “Kiosk” all’interno della mostra. Sarah Schönfeld invece fa come sempre il punto della situazione senza mezzi termini o peli sulla lingua. Espone due pezzi nella Halle: “Hero’s Journey (Towels)” e “Hero’s Journey’s (lamp)”. Si appoggia a Campbell per entrare nell’archetipo dell’eroe, e chiede collaborazione al popolo del Berghain per creare le sue opere: sui giganti asciugamani ne raccoglie per mesi il sudore, e nella lampada, che è un parallelepipedo di 4 metri, l’urina. Il sudore degli asciugamani è reso poi visibile grazie all’utilizzo della Ninidrina, quella che usa la polizia per rilevare le tracce di materiale organico. Schönfeld crea così delle tele di asciugamani che sembrano esercizi di vuoto orientale, e che in realtà raccolgono tutto quello che succede al Berghain, ogni goccia di sudore e ogni sostanza che quei corpi hanno filtrato. L’urina per la lampada, va da sé, è stata filtrata e addizionata di componenti che l’hanno resa inoffensiva. Nella gigante vasca di piscio sono racchiusi i viaggi chimici della notte di Berlino, e l’attrazione fatale per i liquidi organici di una fetta, a quanto pare sempre più corposa, della gente della notte.
Buon compleanno al tempio dell’edonismo, attendendo il vero genetliaco che sarà un festone epocale a dicembre.

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