David Chipperfield firma il Nuovo Classicismo Berlinese

start_tsr_jsgSe doveste disegnare “Berlino” in tre secondi, con pochissimi tratti, partireste da una linea spezzata, da un garbuglio di scarabocchi o da una bella riga dritta che ripartisca il foglio in modo chiaro e pulito? Prendete una matita, un foglio, chiudete gli occhi e disegnate. Sarei senz’altro curioso di vedere i vostri stenogrammi, perché passeggiando attraverso la città e osservando come è stata immaginata, disegnata e ultimamente realizzata appare sempre più chiara una tendenza alla linea retta, una volontà di precisione e controllo che non chiamerei però teutonica, ma classica. È come se Berlino, città dal cuore scuro, esplosivo, il volto eccitato e a tratti deforme, volesse vestirsi con l’abito più elegante possibile. O per lo meno qualcuno le imponesse di farlo.

A partire dai sogni di Federico II e dalle scenografie urbane – elleniche e magistrali – di Schinkel, passando non indenni attraverso il secolo delle dittature di massa (di destra e di sinistra) scopriamo che anche la Berlino di oggi preferisce il classicismo, specialmente quando si tratta dei luoghi investiti della più grande e sferzante carica simbolica: giusto per fare un esempio pensiamo a come è riuscita a costringere un architetto surreale come F. Gehry a fare il bravo e a regalare alla Pariser Platz una facciata di splendida compostezza geometrica (così che poi lui si è dovuto sfogare all’interno costruendo la sua favolosa “Balena”). Quando poi si è arrivati a toccare altri luoghi centrali nello spazio e nel senso cittadino, come l’Isola dei Musei o il Kultur Forum, la scelta è di nuovo caduta su maestri di simmetrie, poligoni semplici e ortogonali perfette, come Ungers (che firmò i restauri del Pergamon Museum) e l’inglese David Chipperfield, a cui è stato affidato il restyling dell’isola nel suo fronte sull’acqua (lì sorgerà la George Simon Gallery) e il restauro di uno dei mostri sacri dell’architettura contemporanea: la Neue Nationalgalerie di Mies Van der Rohe (a cui Chipperfield ha già unito una proposta per la rivalorizzazione dell’intero Forum).

Chipperfield (allievo di quel Sir Foster già autore del restauro e della cupola del Reichstag) ha mostrato la sua eleganza ineccepibile nel restauro del Neues Museum, in cui ha saputo mettere in scena un dialogo raffinato tra il passato terribile della città e le sue aspirazioni a una serena contemporaneità: il modo in cui ha nobilitato le cicatrici della guerra e ha mescolato la sua aspirazione a uno spazio chiaro e comprensibile con l’architettura più sontuosa del passato imperiale gli hanno valso elogi e premi (e le vipere mormorano che – tolto il busto di Nefertiti – è difatti più bello il museo rispetto alle opere esposte)

L’incarico di mettere mano al capolavoro definitivo di Mies Van der Rohe non è stato accolto con leggerezza, ma senz’altro con grande entusiasmo creativo tant’è vero che prima di chiudere la Galleria (per circa 4 anni) l’architetto inglese ha deciso di congedare il museo dalla sua città con un semplice ma potentissimo intervento (parola che lui stesso ha scelto in opposizione a “istallazione”: lui non si sente “artista” ma costruttore): “Sticks and Stones” in mostra alla Neue NationalGalerie dal 2 Ottobre al 31 Dicembre 2014.

Quando nel 1968 Mies Van der Rohe costruì il museo si divertì a giocare con i fondamenti dell’architettura portando all’estremo il rapporto tra pilastro e copertura: il tetto monumentale è infatti sorretto da solo otto pilastri esterni che liberano in modo sorprendente lo spazio sotteso. Col suo oramai ben noto garbo Chipperfield continua questo gioco montando nella grande hall 144 tronchi scortecciati, come 144 colonne ancestrali che mettono in collegamento il tetto di Mies con la terra e trasformano le sue geometrie cristalline in un luogo mitico, dove si intersecano per lo meno tre significati di spazio: la Natura (in questo caso la foresta che ci fornì la prima copertura durante le tempeste paleolitiche), il Tempio (che, insieme al cimitero, segna la prima valorizzazione culturale, umana e immaginifica, dello spazio naturale) e il Cantiere (tempio in questo caso dell’architetto – costruttore che con la forza delle idee e dei muscoli – l’aspetto scabro dei tronchi evoca subito la violenza di una scure – riforma il mondo). Nel cuore della hall le tre valorizzazione si incontrano in un vuoto da cui si possono contemplare – ruotando a 360° – sia le linee di Mies, sia le linee di Chipperfield, un vero prologo poetico a questa operazione delicatissima di risanamento.

Si tratta ovviamente di muoversi con trasparenza e precisione – direi chirurgica – in un lavoro che, come dice Chipperfield, ambisce ad essere invisibile. Ma la sua è sempre stata un’arte di calibrati bilanciamenti: con la storia, con lo spazio e i materiali pre-esistenti, con la vita della città e non da ultimo con la volontà dei suoi amministratori. Un rapporto, questo, assolutamente non trascurabile nell’evoluzione urbanistica di Berlino e di cui l’architetto è certo consapevole: lui stesso afferma che alla “giungla” di Londra, dove gli investimenti privati spingono gli architetti a competere follemente per emergere uno sull’altro (da cui il ben noto skyline) preferisce l’ideale di “Stadtplanung” tedesco, con il forte senso di identificazione dello Stato nel suo spazio di rappresentanza centrale. Quello che gli dispiace forse è la mancanza di soldi… e quindi anche lui dovrà riuscire a fare di questa città “povera e sexy” una dama elegante spendendo poco.

In futuro questa lady berlinese indosserà (tutti firmati dallo studio di Chipperfield):

  • Neues Museum (1997- 2009)
  • Edificio “Friedrichstrasse 126” (2001-2004)
  • Galleria Privata “Am Kupfergraben 10 (2003- 2007)
  • corti di JoachimStr. 11 (2007-2013)
  • James Simon Gallery (2007 – 2017)
  • Forum Museum Insel (2010 – ??)
  • Neue NationalGalerie (2015 – ??)
  • Boetzow Brauerei (2019 – ??

E infine, se davvero la vocazione di Berlino è alla classicità, potremmo prendere a controprova i suoi interventi architettonici più iconici, che sono proprio quelli che si discostano da questa direttrice: la Philarmonie di Scharoun, la Torre della Tv di Henselmann – Dieter – Franke, la cupola del Sony Center di Helmut Jahn e lo Judisches Museum di Libeskind, ad esempio.

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