C’era una volta la DDR

e59b77708aAlltag in der DDR

Museo nella Kulturbrauerei

Prenzlauerberg

10: 00- 18:00 (chiuso il lunedì)

Ingresso Gratuito

In uno strano film del 2012 “Branded – The Mad Cow” si sostiene una tesi paradossale e provocatoria: l’inventore del marketing – motore e anima del capitalismo – fu nel 1918 Lenin in persona, quando creò un brand in cui l’essere umano con i suoi sogni, desideri, aspirazioni fosse tutto assorbito: il comunismo (il suo logo? La stella rossa!). Ora, una delle sensazioni più forti che ho provato visitando il museo Alltag in der DDR è stata proprio quella di osservare un mondo pianificato a tavolino, in cui la totalità dell’esperienza umana fosse non costretta, ma attratta dalla potenza simbolica e ideale del partito: persino l’inno di quella nazione estinta suona all’orecchio come un jingle accattivante, di quelli che ti entrano nell’orecchio e non escono più, “die Partei, die Partei, die Partei” con il suo ritmo incalzante e il suo coretto di voci bianche… vi ritroverete a canticchiarlo ossessivamente anche voi mentre attraversate le stanze del Museo cercando di capire come si viveva in Germania Est fino a 25 anni fa.

Il Museo nella KulturBrauerei di Prenzlauer Berg non è grande ma ben strutturato e a differenza di quello che si trova in centro accanto al Berliner Dom è pubblico, gratuito e soprattutto non ridicolizza la DDR col facile pretesto educativo dell’interattività (che ti fa sembrare il museo una specie di giostra in cui si gioca a fare i comunisti).

La “Vita quotidiana in DDR” è invece qui distinta in due aspetti fondamentali e contrapposti: il pubblico e – se possibile – il privato. Non si tratta di una semplificazione curatoriale: se lo Stato è il proprietario quasi assoluto dei mezzi di produzione (e delle case, delle scuole, dell’autobus e dell’automobile, dei giornali, dei teatri…) la vita quotidiana è quasi totalmente assorbita dal pubblico, mentre il privato è uno spazio residuale, che si strappa faticosamente dal sistema: non svago, non ozio ma briciola di libertà.

Il “pubblico” si costruisce intorno al mito del Lavoro: ecco i tavoli delle officine, gli armadietti degli operai che si riempiono degli strumenti di quel lavoro (in miniera, nei campi, in fonderia…), delle foto dell’uomo (e della donna ovviamente) che faticosamente stanno ricostruendo la Germania facendo grande la causa del Partito, il quale poi ringrazia con medaglie, gagliardetti (al miglior Kombinat dello Stato), ferie, dopolavoro, bottiglie di alcool a buon mercato e la Stasi. E non dimentichiamoci la scuola, lo sport, la danza, il teatro, l’associazionismo giovanile per tutte le età. Se sei troppo piccolo per lavorare sei comunque inserito nella collettività che provvede a prepararti come bravo cittadino, bravo operaio, bravo comunista.

Insomma difficile “farsi i cavoli propri” o, meglio, vivere in quella dimensione di privacy che il nostro mondo capitalista ha eletto a modello di vita ideale: l’anti-lavoro in cui finalmente l’uomo (e la donna ovviamente) sono liberi di consumare quello che hanno guadagnato.

In DDR il cittadino ha invece dovuto inventarsi modi originali per “consumare” la propria libertà, diventando giocoforza un bricoleur: coi ritagli di tempo, coi ritagli di cose doveva costruirsi tutto da sé. Se la signora tedesca non voleva vestirsi con gli abiti proposti dallo Stato doveva fare come Rossella O’Hara e cucirsi le gonne con le tende di casa. Se il tredicenne voleva appendere un poster che non fosse Honecker o l’Omino della Sabbia doveva aspettare che i cugini d’oltre cortina gli spedissero le riviste vecchie e farci un collage da incollare con acqua e farina. La trabant con la tenda sul tetto – che ora occupa il centro del Museo – rappresenta uno dei sogni proibiti più diffusi in DDR: fuggire nella natura, tra gli alberi, sulle rive dei laghi, nudi magari, lasciandosi alle spalle l’uniforme, la fabbrica, il partito, gli spioni. Chi non riusciva ad avere la trabant poteva rifugiarsi nella Kneipe sotto casa e perdersi nel fondo di un bicchiere o smarrirsi in un sogno di consumo sfogliando le pagine della rivista Genex (una specie di Postalmarket che i cittadini della Germania Est potevano inviare ai parenti della Germania Ovest chiedendo di comprare per loro vestiti, giocattoli, macchine fotografiche, persino il forno…). Si ha la sensazione che anche i sogni fossero in qualche modo disegnati dallo stato. Che con una favolosa operazione di marketing riusciva a infiltrarsi coi suoi colori, le sue forme, le sue musiche nei desideri più intimi del cittadino: Die Partei, I’m lovin’it!!!!

E tutto questo capitava meno di trent’anni fa, nelle stesse case e nelle stesse strade in cui oggi i Berlinesi consumano i loro sogni, inventano i loro desideri.

Sintomatico è allora forse che tutto sia scomparso così in fretta, in modo repentino e devastante, tanto da richiedere che si costruisca già un museo per non perdere memoria, per non fare finta di niente. Perché il mondo che è rimasto dopo la caduta del muro è molto meno semplice, eppure non meno controllato e i brand che si contendono i nostri sogni sono aumentati e sempre più invadenti, subdoli, insidiosi.

C’era una volta la DDR, e oggi certo non c’è più. Ma a differenza delle fiabe non siamo tutti né felici né contenti.

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