Questa (non) è la fine

foto collage di Paola Verde
foto collage di Paola Verde

La notte del 12 dicembre 2014 un trabattello elettrico entrava nella “terra desolata” sulla Cuvrystrasse, a Kreuzberg. Un gruppo di persone non identificate cominciava poi a dipingere di un inesorabile nero i due grandi murales di Blu Chains e Brothers che da anni campeggiavano sulle rive della Sprea come uno dei landmark più iconici della città di Berlino. Immediata la reazione del web e dei social networks: rabbia, sgomento, delusione, un diluvio di faccine all’ingiù :(:(:( tra cui a stento è riuscita a levarsi la voce dell’artista. Le persone che hanno coperto i suoi lavori appartengono infatti alla sua crew e stavano eseguendo una sua direttiva: cancellare un’opera che non rappresenta più Berlino (e da cui evidentemente Berlino non si sente rappresentata), gridando al contempo un colossale FUCK YOU al nuovo che avanza e modifica, anzi deforma, i lineamenti della città.

Ora che i necrologi sono stati scritti e condivisi, che gli slogan contro la gentrificazione sono stati tirati fuori dai cassetti, che le lacrime per la Kreuzberg dei bei tempi andati sono state de-congelate e sparse per tutto il weekend lasciatemi dire che – nonostante tutto – Blu ci ha dato un esempio di Street Art grandiosa, monumentale, pronta a diventare una nuova icona berlinese.

Sono anni oramai che vediamo i muri di questa città “decorati” di murales commissionati da negozi o brand modaioli, artisti prezzolati che – giocoforza- realizzano grafiche e immagini accattivanti e piacevoli, dove però il senso è svenduto alla superficie e la valorizzazione estetica è plastificata nella categoria del cool, ovvero il kitsch dei tempi moderni. (Nomen omen: cool vuol dire fresco, e proprio come un gelato non lo puoi stare a guardare troppo sennò si squaglia e non serve più a niente, anzi disgusta).

Il murales monocromo di Blu si avvicina concettualmente ad opere dada, ad esempio Erased De Kooning di Rauscheberg, e riporta lo scandalo e la durezza del pensiero laddove da un po’ troppo tempo trionfava la gastronomia dello sguardo. I suoi due nuovi “pezzi” sono duri come un pugno e neri come l’abisso. Neri come quell’anima tenebrosa e sporca che si agita tra i muri scrostati e le vie deserte di Berlino.

Di questo nero precisamente berlinese avevo già parlato a proposito di una mostra che si svolgeva qualche anno fa in uno spazio non lontano dalla Cuvrystrasse, l’Xlab, anche lui divorato (con molto meno clamore) dalla gentrificazione di Kreuzberg. È il nero della case affumicate dalla guerra e dallo smog, il nero delle notti d’inverno senza fine, il nero delle Keller e delle Darkroom, il nero degli anfibi e dei cappotti stretti degli uomini e le donne che vivono in questa città (provate a mettervi in fila davanti a un locale notturno qualunque e contate quante persone indossano un indumento colorato), è il nero della musica che è nata e ha risuonato e – per fortuna – continua a risuonare in città.

É il nero che ritrovo in una collettiva di artisti internazionali esposti fino al 3 gennaio 2015 nella galleria Neurotitan di Mitte. Lo ritrovo nella grandi tele bituminose di Vins Grosso, dove la pennellata greve di materia rievoca architetture oniriche e cancrenose, città cresciute in proporzioni mostruose e disumane (e di uomini infatti non se ne vedono proprio). Nero che si sgretola in polvere di sogno nei foto-collage di Paola Verde, dove la Berlino che conosciamo (i palazzoni di Kotti, i gelaende devastati dalle gru, i muri sconnessi, le finestre cieche) sono re-inventati in un mondo sospeso e nebbioso, inquietante come una fiaba dark. Nero che accomuna i comics, le illustrazioni, i graffiti che completano la mostra e che si riconoscono tutti nel titolo ENDE NEU, rubato con consapevole eleganza alla famosa canzone degli Einstürzende Neubaten (altri cuccioli neri di questa cupa Berlino)

Goodbye Hallo
Insel zu verschenken
Nur kein Neuland mehr
Lass’ andere auf Trampelpfaden
mit Steinchen hinterher
Wir werden was wir sind, und:
Ende Neu

Einst neue Bauten
Auf der Insel eingestürzt
Tür zu! Wir tanzen weiter
engumschlungen nur
Halt mich fest an den zwei Worten:
Ende Neu

Wir kennen uns schon lange
Der Phönix und ich
Ich lehrte in zwei Worte
damit er mit mir spricht:
Ende Neu

Goodbye Hallo
Nimm zwei:
Ende Neu

Ende Neu

Ende Ende Ende Neu

Insel zu verschenken
Nur kein Neuland mehr
Wir nehmen etwas Anlauf
und machen einen Satz so gross wie New York
und schöner als die Sonne
zum Geschenk
Einen Satz mit nur zwei Worten:
Ende Neu

C’è tutta la Berlino di ieri e inaspettatamente di oggi in questa lirica di Blixa Bargeld: una città che si percepisce come isola vagante (isola isolata, isola smarrita), e che nella sua autodistruzione si rigenera di volta in volta, proprio come la Fenice con cui il cantante dialoga. Una fenice dalle ali tenebrose che ci insegna la fine nuova, la nuova fine. Il momento glorioso e lancinante in cui tutto può ricominciare.

Dovrebbe diventare un manifesto questo muro nero di Blu, un manifesto per un movimento artistico più serio e consapevole che non si faccia più carico delle voglie degli Hipster, degli sfizi della Party-People, non più svenduto a marchi di scarpe o grandi case discografiche. Non vogliamo che l’arte del futuro sia sponsorizzata dalla Universal o dalla Nike, non vogliamo saltare come pazzi da ciò che è cool a oggi a ciò che sarà cool domani (ma non certo dopo domani). Non vogliamo che la bellezza duri come una maglietta di H&M (da buttare al primo lavaggio). Vogliamo un’ENDE NEU: una piccola apocalisse che scrosti la decorazione fine a se stessa dalle strade, dalle pareti delle gallerie, che torni a turbare, a fare pensare. Perchè l’uomo non vive solo di fotine scattate e condivise prontamente dallo smart-phone, perchè tutti poi le possano likare. Ovviamente senza pensare.

ENDE NEU (collettiva di Max Anderson, Fabio Giampietro, Vins Grosso, Alberto Ponticelli, Paola Verde)

Neurotitan Gallery Berlin am Haus Schwarzenberg

Rosenthalerstrasse 39, Berlin (Mitte)

aperta da lunedì a sabato 12-20

ingresso su (piccola) donazione

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