Il museo delle cose inaudite, a Schöneberg

MuseumderunerhoertendingenMuseum der unerhörten Dingen

Crellstrasse 5-6

10827 Berlin-Schöneberg

Aperto da mercoledì a venerdì dalle 15 alle 19

Ingresso libero

Ci sono oggetti che parlano; anzi, con il passare del tempo quasi tutti gli oggetti imparano a parlare. Ogni graffio sul vetro del cellulare racconta di un viaggio in una borsa piena di altri oggetti, acuminati e minacciosi – parlanti anche loro, di certo. Le opere d’arte, che nascono per parlare, libri rosicchiati dai cuccioli e il vaso rimesso insieme con la colla perché rotto dai bambini: tutti questi oggetti raccontano storie, che sono poi quello che ne aumenta il valore, l’interesse e la bellezza. L’oggetto le racconta a chi lo guarda; alcuni oggetti hanno storie particolarmente interessanti da raccontare, e lo fanno dalle vetrine dei musei. L’essere umano divide et impera per natura, e ha diviso anche gli oggetti in importanti e meno importanti, in “degni” della vetrina oppure no. Avvicinatevi alla Nefertiti al Neues Museum, magari finalmente ve lo racconterà lei, se l’ha modellata un antico egizio o un moderno tedesco.

Poi ci sono gli oggetti che sussurrano. Per ascoltare quelli ci vuole un orecchio un po’ più fine, uno sguardo un po’ meno indagatore, ci vuole il silenzio di un retrobottega di Schöneberg e lo sguardo incantato di un bambino adulto.

Nella Crellstrasse, poco lontano dal caos della Hauptstrasse, nel cuore di uno dei Kiez più belli e meglio conservati di Berlino, in un piccolo museo sono raccolti molti di questi oggetti che sussurrano. Ormai sono tantissimi, perché l’uomo che li sta a sentire mentre raccontano le loro storie li cerca e li ascolta da quando era bambino.

Dove ha colpito un lampo di genio. Köln.
Dove ha colpito un lampo di genio. Köln.

Quando aveva otto anni, Roland Albrecht sentì un sussurro provenire dal telescopio di un suo compagno di classe, mentre erano in gita. Il telescopio gli raccontò di avere un tempo solcato l’oceano al seguito dell’uomo che aveva scoperto le Americhe… come si chiamava? Ah sì, Cristoforo Colombo. Aveva viaggiato in mare aperto per settimane, e lui, il telescopio, veniva preso in mano sovente, a scrutare l’orizzonte. Finché a un certo punto su quell’orizzonte s’increspò un profilo. Una forma. Una terra. India, America. Roland ascoltava la storia incantato. Portò il telescopio a casa con sé (il suo compagno di classe aveva accettato di venderglielo, non sappiamo per quanti dm), si affrettò a trascriverne le memorie, e da allora la sua missione rimane quella di dare voce agli oggetti. Inizia così la storia del museo delle cose inaudite, che dal 1998 sta nella Crellstrasse, e oggi conta moltissimi pezzi e un magazzino con ancora più oggetti, che aspettano che la loro storia venga trascritta da Albrecht.

Lui vive a Berlino da più di trent’anni; nella città che ama il ready-made, dove ogni cosa viene riutilizzata con la sua o con un’altra funzione, Roland Albrecht ha creato un tempio agli oggetti stessi, dove ci invita a guardare non alla loro utilità pratica, ma a lasciare fuori ogni convinzione e pregiudizio su ciò che l’oggetto può fare, e stare solamente ad ascoltare. Il Museum der unerhörten Dingen è una grotta di mondi paralleli, nella quale Albrecht ha raccolto i mille fili di moltissime realtà inesplorate e li ha intessuti in un ricamo che è solo apparentemente astratto e paradossale.

In realtà, se stiamo a sentire gli oggetti, ci accorgeremo di come siano fieri di essere esposti nel museo delle cose inaudite. Ritrovano la loro dignità d’esistenza, si sentono utili, e compatiscono da lontano i loro mille colleghi costretti a una vita brevissima nel mondo là fuori, che usa-e-getta senza sosta. Loro invece sono al sicuro sugli scaffali del museo. Vengono toccati da tante mani e raccontano la loro storia a tanti orecchi.

Per lei il museo è un’installazione artistica? E lei si considera un artista? Ho chiesto ad Albrecht. Ci ha pensato un po’, e poi ci ha provato: “Che cos’è in fondo un artista?” “Eh eh, così è troppo facile…” “Un’installazione, forse questa è una grande installazione, nella quale si può entrare. Forse io sono un artista, ma in realtà sono più un…” “…ascoltatore?” “Ascoltatore. Sì, sono un ascoltatore.”

E li ha sempre ascoltati, gli oggetti. Di seguito la sua sinfonia d’aspirapolveri, puro dadaismo berlinese anni Ottanta.

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