“Siamo vivi… e adesso?” Primavera a Berlino 1945-2015

Mai’45: Fruehling in Berlin1945_Pressebilder_2_01

21 Aprile – 26 Maggio 2015

Mostra Open-air

Sempre aperto, gratuito

Sopravvivere agli inverni berlinesi non è impresa da poco e ogni anno gli abitanti di questa città accolgono con un sorriso sollevato il ritorno della luce del sole, del verde, dei fiori. Ma immaginate con quale animo devono avere accolto il ritorno della primavera gli abitanti di Berlino nel maggio 1945: non tornava soltanto la bella stagione, tornava la pace. Una pace che spuntava come un germoglio fragile in mezzo a tante rovine e che andava perciò custodita con particolare cura, visto che i tempi erano migliorati ma non si potevano certo dire buoni.

È su questa immagine che la città di Berlino ha voluto realizzare quest’anno una mostra open air dislocata in tutta la città, tradizione oramai consolidata della bella stagione, dedicandola proprio a quei giorni gloriosi, ma duri, che videro tornare la vita nella capitale del Reich della morte.

Alla Porta di Brandeburgo, ai Lustgarten, in Alexanderplatz, Potsdamerplatz e poi tornando verso Ovest a Wittembergplatz e Joachimstaler Platz troverete gigantografie e testimonianze che vi riporteranno in quella città senza finestre, tetti, strade (e meno che meno fiori, tutto era esploso, bruciato) ma che vi racconteranno soprattutto come ha reagito e vissuto la gente quei giorni fantastici di maggio.

Innanzitutto chi era questa “gente”? Erano i “tedeschi cattivi” che i buoni non avevano ucciso? Erano i “tedeschi buoni” che i cattivi non erano riusciti a uccidere? Ovviamente è molto più complicato e molto più interessante: gli ultimi giorni della Battaglia Finale di Berlino hanno visto litri di sangue scorrere nelle strade, con l’Armata Russa che avanzava da Est uccidendo tutti quelli che le si opponevano e i Nazisti che per le strade ammazzavano tutti quelli che si rifiutavano di combattere (con i sassi? Con i bastoni?) contro i russi. Moltissimi morirono lì. Restavano in città donne, bambini, anziani, malati, profughi che venivano da Est (scappavano dai russi e credevano che in città avrebbero trovato riparo, la speranza è il tratto che accomuna tutti i profughi) e tanti prigionieri condannati ai lavori forzati. Con la firma della resa dell’8 maggio molti nazisti si rifiutarono di deporre le armi e continuarono una guerriglia “privata” sfuggendo nelle campagne, mentre la città si riempiva sempre più di soldati. Quindi abbiamo donne, bambini, anziani tedeschi (molti di loro devoti nazisti, ora devastati dalla fine dell’Impero), europei di ogni provenienza (felicissimi di essere stati liberati, ma anche un pochino incerti sul loro futuro) e russi (eccitatissimi di avere atterrato Berlino). Non c’erano ripari, il cibo era pochissimo, la violenza all’ordine del giorno (non è che alla parola “Pace!” tutti si diventa subito buoni, c’era sicuramente un desiderio punitivo profondo nei cuori dei russi, e la disperazione, la fame, non sono certo buone consigliere: per arraffare un tozzo di pane si era disposti a qualunque cosa).
Però molte di quelle persone sentivano che stavano partecipando a qualcosa di memorabile: dopo anni di guerra la Pace era tornata in Europa. E con la pace e la fine del nazismo sarebbe tornata una qualche possibilità di vivere. Di vivere la propria vita liberi. Come essere stati tenuti a forza sott’acqua per anni e poi riemergere all’aria. Respirare. Liberi, vivi. Di nuovo.

Direi che uno dei luoghi più rappresentativi per capire il miracolo di quella primavera è a Wittembergplatz dove si racconta (e pare così strano) come riprese rapidamente la vita culturale berlinese in quei giorni bizzarri. Il 28 aprile 1945 (Hitler era ancora vivo e si gingillava con il cianuro nella sua cameretta giù nel bunker) il russo Berzarin prendeva il comando della città e fra le prime iniziative ordinò la ri-apertura dei cinema, dei teatri e autorizzò spettacoli e gare sportive. Certo, penserete inizialmente voi, come se la gente senza un tetto in testa, senza il pane in bocca, senza un briciolo di certezza sul futuro (erano vivi sì, ma cosa ne sarebbe stato di loro? Li avrebbero messi in prigione?) avesse voglia di musica e palcoscenico…
Vi stupirete allora quando vedrete le foto di quelle donne magre che a coppie (la maggior parte degli uomini era sparita) improvvisano un balletto per strada al suono di un vecchio carillon a manovella. Avevano voglia di mangiare (lo si legge negli occhi), ma anche di non avere paura, di essere felici: e quando uno è felice ride, grida e poi il grido si trasforma in canto, in musica e le gambe devono andare indietro.
E come si attivarono in fretta drammaturghi, attori, impresari, tutta gente che in genere era stata umiliata, malmenata, censurata dai Nazisti e che ora gioiva della proprio riscatto. Ballavano letteramente sulla tomba dei proprio nemici. I maligni penseranno che ci fossero tra loro i soliti “lecchini” che si stavano precipitando a baciare i piedi dei nuovi padroni. E in effetti qualcuno c’è stato (ma è anche stato mandato al campo di concentramento sovietico). Quello che meraviglia è scoprire come quell’animus gaudente, spensierato, colto, raffinato che era stato proprio della Berlino degli anni venti non era estinto. Proprio come quando dopo il lungo inverno trovi una cosina verde nel vasetto che ti eri dimenticato sul davanzale. Pareva tutto secco, tutto morto (l’inverno a Berlino è crudele) è invece c’era ancora la vita, sotto.

Nella mostra troverete anche i risvolti più duri di quel maggio, gli stupri, i soprusi, la paura. Ma questo ce le aspettavamo, sono i risultati della guerra. E la guerra ci piace studiarla per bene. Ma la pace per prima cosa è una festa e questo ce lo si dimentica spesso. Come se festeggiare fosse un male!

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