German Angst – Paura a Berlino nel 2015 // Kosakowski, Buttgereit, Marschall

GermanAngst_Poster_BC’è una ragazzina quasi ancora bambina, che si sveglia con i suoi pensieri tutti arrotolati intorno al suo piccolo porcellino d’india; il musetto sniffante di lui ha lo stesso colore della pelle di lei, come questa freme ed è morbido e nasconde un pericolo – chi già è stato morso da un roditore sa quanto enormi e spaventose siano le fauci dietro a quei teneri baffetti.

La telecamera si muove molto lentamente, il diaframma è apertissimo e ci mostra i dettagli del risveglio, nasi rosa, dita sottili, codini tozzi, le dita dei piedi di qualcuno che non può essere lei.

Lei si alza e si spazzola i capelli, nella sua testa si racconta di come i porcellini d’india, quando sembra si stiano accoccolando addosso all’essere umano, stiano invece solo facendo il morto, attendendo di essere lasciati in pace. Liberi.

È meglio lasciare la ferita a rimarginare da sola dopo la castrazione.

A colazione spuntano le cesoie. Nella prossima stanza c’è un uomo che deve morire.

Per due volte la quasi bambina sale a cavalcioni dell’individuo. Prima lo amputa.
Poi lo ammazza. I dettagli gory arrivano lenti come la voce narrante.

Lei se ne va col porcellino, lasciandosi dietro una scia di poesia firmata Buttgereit.

Inizia così German Angst, il film in tre parti prodotto da Michal Kosakowski, girato a Berlino e diretto da lui, da Jörg Buttgereit e da Andreas Marschall. Assolutamente indipendente e finanziato in parte (ca. 1/3) con il crowdfunding.

Che aspetto ha la paura tedesca? Che poi la parola angst vuol dire ben più che paura; è anche l’ansia e anche l’angoscia. La german angst per gli anglosassoni è un’angoscia esistenziale o sociale che attanaglia la cultura tedesca, almeno quando questa riflette sull’esistenza – o sull’infinito. Bipolare, perché non può conoscere sfumature. Kosakowski e co. chiamano il loro film così, usando un termine che rappresenta la nevrosi della cultura tedesca, ma non come si autorappresenta, bensì vista dall’esterno, come la percepisce l’altro. Però lo scrivono in gotico, creando un rimando facile all’iconografia splatter, e uno meno evidente al dualismo german, che le questioni tipografiche riassumono in modo semplice e efficace.

 

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Final Girl still, Jörg Buttgereit 2015

Nei tre spezzoni del film sono descritti tre tipi di angst – quella privata di “Final Girl” di Buttgereit, che scopre un mostro spietato nell’intimità più profonda, che convive con un’anima di bambina e un risveglio delicato. In “Make a wish” Kosakowski cerca invece di raccontare la paura collettiva, descrivendola con quello che qui rappresenta la paura per eccellenza, sia come presupposto che come ordine costituito – il Nazismo. Nel suo episodio, la vittima di un attacco da parte di un gruppo di neonazi si trova magicamente dalla parte dell’aggressore, mentre questo è intrappolato nel suo corpo. Identità, schizofrenia, storia tedesca, violenza brutale, Polonia, Himmler e hooligans, ci sono tutti gli elementi per scandagliare la realtà presente della paura più profonda. Solo che è facile, troppo facile cadere nel già visto/pensato e banalizzare. “Alraune” di Marschall ci racconta poi la paura del mondo di mezzo, tra pubblico e privato, quella che si scatena dal desiderio, facendoci fare un giro in un club berlinese superesclusivo, dove una fumata di mandragora introduce gli ospiti all’olimpo della sessualità. Che ovviamente finisce in un bagno di sangue, annunciato da atmosfere oscure da sex club, dove però il gory è solo un accessorio onirico, un mostro di genitali chiuso nel mondo che il perverso non può condividere. Nella vita diurna la morte rimane senza sangue, e questo è il dettaglio che fa apprezzare tutto lo scenario precedente, e che si consuma in un letto che chiude il cerchio aperto dalla Final Girl.

Ora a me in genere l’horror e lo splatter non tirano al cinema. Non voglio quindi improvvisarmi conoscitrice del genere, perché non lo sono. Però il binomio cinemino di quartiere di Berlino e Jörg Buttgereit mi tirano al cinema di sicuro. E qui con il buon esito di darmi una visione contemporanea dei mostri di questo Paese: evidentemente quello che vediamo sullo schermo è la cartina tornasole di quello che ci muove qui fuori, nella vita. I drammi privati, l’angoscia sociale del regno della paura, che può scatenarsi da un momento all’altro, la libertà di costumi che implode e imprigiona chi non la sa gestire. Il tutto nella cornice di Berlino, che è cambiatissima rispetto ai tempi di Nekromantik I (1987) e II (1991) e Schramm (1993). Ha nuove paure, nuovi cittadini e nuove perversioni. Buttgereit, Kosakowski e Marschall dichiarano che con German Angst volevano creare un ponte tra la Berlino di oggi e quella del cinema degli esordi: il primo Novecento, l’espressionismo.

Ce la fanno descrivendo una società che è inquietantemente simile a quella di allora – gli estremi cambiano, dove lì i berlinesi erano intrappolati tra il rigore prussiano e le avanguardie, oggi sembra che siamo intrappolati tra i fascismi e le perversioni, che quindi arrivano a toccarsi in maniera incestuosa. Quello che c’è nel mezzo però è lo stesso: l’uomo come individuo e come bestia in branco. Che oggi come allora è sospeso tra le sue dimensioni e vive per soddisfare, quietare o esprimere un’Angst che non lo lascerà mai riposare.

German Angst è al Babylon Mitte questa sera, 18 maggio 2015. Domani e dopodomani al Filmrauschpalast nella Kulturfabrik Moabit.

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