Non Sparate sull’Artista

FIRE AND FORGET. ON VIOLENCE2015-06-15 20.45.52_resized
dal 13 giugno al 30 agosto 2015
KW Institute for Contemporary Art
Auguststr. 69 (Mitte) Berlin

Aperto da Mercoledì a Lunedì 12-19
Giovedì fino alle 21 (dalle 17 ingresso 4 euro)

The way in which violence is put into an Image plays a part in how it is interpreted, and whether it contributes to further escalation of violence or has the opposite effect “ (Daniel Tyradellis, curatore)

Siamo circondati da immagini di violenza. Ce l’hanno detto la maestra, la mamma, il prete, il critico televisivo, la signora benpensante del Moige. E nonostante il loro sopracciglio alzato, il tono di voce tremulo, lo sguardo preoccupato in fin dei conti la violenza ci piace. Ma, cresciuti a tegolini e Ken Shiro, non siamo certo più guerrieri. Piuttosto siamo diventati “esteti” della violenza. Quel tipo di violenza tanto lontana da non ridurre la nostra quota di libertà, la nostra aspettativa di vita (per questo cari guerrieri della domenica allo stadio, cari guerrieri dalla polo nera non sarete mai né Spartani né Mad Max).
Questa presenza – assenza della violenza nella nostra vita quotidiana, questa sua paradossale estetizzazione – anestetizzazione è indagata dalla mostra collettiva “Fire and Forget. On Violence” al KW, istituto per l’arte contemporanea di Berlino, senza alcuna concessione splatter ma attraverso l’intelligente articolazione di 4 snodi concettuali: CONFINI, AFFEZIONI, RIMOZIONI, EVENTO.

La mostra comincia con gli inquietanti tornelli di Danil Galkin che ci costringono subito a chiederci “ma stiamo entrando in un museo o in una prigione?” inaugurando il capitolo “Confini” il più attuale e scottante oggi e ahimè il meno indagato nella mostra: ogni demarcazione si basa di fatto su un atto di violenza, una prevaricazione che definisce chi è dentro e chi è fuori, chi va protetto e chi no. Sul confine si puntano le armi. Sul confine si fa fuoco da tutte le parti.

“Le affezioni ambivalenti” della violenza ci riportano a una dimensione decisamente ludica. Che le armi siano seducenti già lo sapevamo ma fino a che punto hanno impregnato il nostro immaginario “del piacere” è sorprendente: come appare triste il grande carro armato di pelle svuotato (una specie di gigantesca Louis Vuitton senza più sghei) che troneggia in mezzo al salone centrale del KW e come è divertente il videogioco di Jonakin “Jeff Koons Must Die” (puoi giocarci senza gettoni e sparare contro le opere di Jeff Koons, coito con Cicciolina incluso, fino a che le guardie del museo virtuale non ti rimproverano – a loro però non puoi sparare). Le armi diventano giocattoli, e qualche giocattolo diventa arma. Pipilotti Rist ci mostra che si può essere violenti persino con un bellissimo fiore esotico in un video soave che sfotte chiaramente le pubblicità della Nuvenia Pocket degli anni ’80. Serissimi invece Ulay e Marina Abramovic che si prendono stoicamente a schiaffi in un loro video storico (probabilmente il pezzo più vecchio della mostra, dei tempi in cui erano giovani e austeri, più vicini allo strazio dei Balcani che agli aperitivi di Manhattan).

Poi la mostra di fa più dura: nella sezione dedicata alla “Rimozione, Ricordo e Perdono” l’arte si interroga sul suo ruolo di interprete della realtà, su come la sua ricostruzione della violenza influenzi la percezione della violenza stessa. E di conseguenza se il perdono sia l’unica via di uscita dalle spirali di sangue che ogni aggressione innesca. L’”Evento” è ovviamente il culmine dell’indagine: l’atto nudo e crudo di utilizzare un’arma contro un altro individuo. O come suggerisce il video di Damien Hirst (sempre spocchioso e sempre inquietante) contro se stessi: in “Do it” ci istruisce su come ammazzarci con una pistola senza commettere gli errori del suicida-dilettante. Prima però dovrete passare l’istallazione di Julian Von Bismark (non ve la racconto per non rovinarvi la sorpresa).

Tuttavia la mostra rischierebbe di risultare astratta e un pochino supponente se non fosse per un tocco curatoriale di classe: a punteggiare il passaggio da una stanza all’altra, quasi intimidite dagli interventi magniloquenti degli Artisti, ci sono tante piccole foto fatte da persone Non-Artiste durante la prima e la seconda guerra mondiale. Non si stavano preoccupando di “come” rappresentare la violenza, non si stavano interrogando sul loro ruolo di “interprete”e “costruttore” della realtà ma testimoniavano il qui e ora di chi nella violenza era immerso. Non stupitevi però se anche loro ridevano, se giocavano, se si mascheravano (per prepararsi a combattere, per sfottere il nemico, per celebrare la vittoria)
Forse l’estetizzazione della violenza è il solo modo in cui l’essere umano può dedicarsi a un’attività che prevede giocoforza la sua morte.
Più preoccupante allora è l’anestesizzazione della violenza: “Fire and Forget”, spara e dimentica per l’appunto. La Calliope di oggi canta le stragi al sicuro, dietro la cortina delle sue body guard, condividendo poi tutto subito online. La Calliope di oggi non suda, non sanguina, non si sporca. Ma quando la incontri nel Museo fa lo stesso paura.

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