“Tanz auf dem Vulkan”: Berlino e i suoi ruggenti anni ’20

rahmenprogramm-tanz-auf-dem-vulkan04.09.2015 – 31.01.2016
chiuso il lunedì
gratuito il primo mercoledì del mese
Ephraim Palais – Nikolai Viertel (U2 Kloester Str.)

Tra una fine del mondo e l’altra Berlino era solo una ragazzina: sfacciata, eccitata, sportiva, un po’ troppo magra, giocava a tennis di giorno e ballava fino a tardi la notte, i capelli cortissimi (perché sono più comodi) e le labbra rosse rosse (a forma di cuore come insegnava Anita Berber). Usava e gettava i suoi amanti come le calze di seta sintetica perché finalmente – grazie all’industria chimica tedesca- di seta lì dentro non ce ne era più e ai grandi magazzini costavano così poco. Così poco che le poteva prestare anche al suo amico, al suo fratellino, al suo fidanzato… il futuro appariva disinibito e androgino: tutto mescolato, confuso, come quando si è bevuto troppo champagne. Non vedeva ancora quella città sbarazzina, accecata dalle luci e stordita dalla cocaina, che il suo futuro sarebbe stato ben altro, sotto la croce uncinata nazista. Ma forse è proprio questo finale tragico, di cui la città appare fino all’ultimo inconsapevole, a rendere così affascinante la repubblica di Weimar. Come le farfalle effimere, i fiori che appassiscono al tocco, ci piace sempre la bellezza quando è fragile e si contrappone al destino inevitabile di morte.

L’Ephraim Palais dedica a quei “ruggenti anni ’20” una mostra piccina ed elegante, ma dal titolo emblematico “La danza sul Vulcano”, non a caso rubato a un film d’epoca, sintesi di quella leggerezza sfrenata prontissima a cascare nell’orrore della Seconda Guerra Mondiale.

I curatori hanno scelto di fare parlare soprattutto gli artisti di quell’epoca, dando alla pittura ma soprattutto alla grafica e alla fotografia il compito di tratteggiare il ritratto della giovane Berlino: sintomatico il fatto che i pennelli facessero così fatica a starle dietro (a meno di rinunciare al realismo ottocentesco e macchiare la tela di spasmi espressionisti) e solo tecniche più veloci, immediate, fulminee, come la stampa, il cinematografo o la fotografia riescano veramente a raccontarci cosa fosse la città in quegli anni.

“Divertente”

Nel senso originario e autentico di “allontanare”.

Allontanare dagli strascichi della prima guerra mondiale, dalla fame, dalle malattie (veneree e non), dalla politica vacillante e pericolosa: si importa dall’America un modello di divertimento per le masse, economico e sfavillante, ben reclamizzato da una cartellonistica fanfarona, colorata (e ai nostri occhi decisamente spassosa perché naive): cinema, circo, varietà. E soprattutto si ballava. Foxtrott, Shimmy e Charleston. Danze sempre più libere e sempre meno codificate che tutti, ma proprio tutti, possono ballare liberando il corpo dalle fatiche e dalle nevrosi (in fondo per ballare servono solo un paio di gambe e, a parte i mutilati di guerra così efficacemente ritratti da Grosz, le gambe ce le hanno tutti, sia i ricchi, sia i poveri). Il Charleston lo portò da Parigi Josephine Baker che ballava tutta nuda con un tutù di banane. Roba che oggi la squarterebbero sui social per la sua totale “scorrettezza politica” e che invece ci racconta quanto fossero spregiudicati quegli anni. In fondo oltre a ballare, l’altra forma di divertimento tutto sommato a buon mercato è il sesso. In quegli anni Berlino ne era la capitale. A noi contemporanei fanno quasi tenerezza quelle signore intabarrate nei cappottoni ferme all’angolo delle strade (ai tempi faceva ancora più freddo che oggi). E che per attirare il cliente, oltre alle labbra ardenti di rossetto (altro non si vedeva tra sciarpe di lana e berretto) dovevano sollevare tutto per mostrare “l’altra pelliccia”. Tutte signore ben in carne e un po’ tracagnotte in verità, perché forse al maschio la donna moderna faceva un po’ paura.

E direi che quel tipo di femminilità nuova è la vera protagonista della mostra all’Ephraim Palais: nuotatrice o ballerina di fila, debuttante o prostituta ma soprattutto artista. Il numero dei quadri, delle foto, delle sculture fatte da artiste all’inizio del Novecento è spropositato rispetto a tutta la storia dell’arte precedente e rappresenta la grande svolta nella condizione femminile: non più oggetto dello sguardo e della creazione maschile (madre, amante, musa), ma creatrice di se stessa.

Certo come sempre le mostre all’Ephraim Palais non si sbottonano mai troppo e persino su un’epoca così amorale come gli anni ’20 si riesce a fare della pruderie: le poche foto di donnine paffute e mezze nude sono rinchiuse in un ridicolo “kabinett”, il tema dell’omosessualità maschile e femminile relegato in una didascalia, l’abuso di alcol e sostanze stupefacenti neanche menzionato. La cameretta dedicata al nazismo poi del tutto superflua, tanto lo sappiamo tutti come quella storia andò a finire e le storie degli artisti che fecero “emigrazione interiore” non si possono riassumere in un solo quadro. Avrei preferito magari che mi facessero vedere che fine hanno fatto quei luoghi in cui si divertirono (ballando e scopando) i berlinesi di allora, a noi è rimasto solo il Berghain…dove sono l’Europa Haus, il Femina Bar, il Romanisches Cafè, il Titania, la Haus Vaterland…

Le chicche in realtà ci sono, ma vanno cercate con attenzione, quasi i curatori non si siano accorti della loro straordinaria modernità, una su tutte: la bella attrice del cinema Edmonde Guy che, tra le prime dive ad entrare nel mondo dei mass media, presta il suo volto di testimonial proprio a tutto, profumi, creme di bellezza ed elettrodomestici casalinghi. In una pubblicità dell’epoca la vediamo mentre, agghindata come una Lulù fatale, tra oro e porpore, si dedica alle pulizie di casa. La pelle è sbiancata dalla cipria, i capelli tagliati a caschetto affilatissimo, neri come la notte, gli occhi ammaliati da chissà quale estasi. Ma del resto la lungimirante AEG aveva battezzato il suo nuovo, modernissimo aspirapolvere: VAMPYR.

E con l’avvento del marketing il neonato secolo Novecento riceveva finalmente il suo battesimo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *