“Alla più bella”: Botticelli incanta Berlino

781px-Venus_botticelli_detailThe Botticelli Renaissance
Gemäldegalerie – Kulturforum

14 euro (ridotto 7, gratuito fino a 18 anni)
chiuso il lunedì

Finora la più bella di Berlino era solo lei, Nefertiti, la regina egiziana dal volto felino e l’occhio cieco e misterioso, ma con “The Botticelli Renaissance 1445-2015” alla Gemäldegalerie la città è stata invasa da Veneri, Ninfe, dolcissime Madonne e ci troviamo inguaiati come quel pastorello, Paride, cui misero in mano una mela d’oro e dissero “ora pensaci tu a giudicare le dee, ma vedi di non farne arrabbiare nessuna…”

La mostra presenta una selezione di più di 150 lavori, ma solo in parte opera di Botticelli (o meglio della sua bottega), farete piuttosto un viaggio a ritroso nel tempo dalla pop art fino alla corte dei Medici dove Sandro di Mariano concepì e fissò un canone di bellezza femminile e paesaggistica con cui tutta l’arte successiva avrebbe dovuto fare i conti. E direi che il centro della mostra è proprio questa canonizzazione di Botticelli che, dopo essere sparito di scena tra il 1500 e il 1700 (del resto lui stesso aveva bruciato gran parte delle sue opere in preda a un crisi mistica), torna improvvisamente in auge alla fine dell’Ottocento grazie alla sfrenata passione dei nordici per il Rinascimento Italiano, inglesi Pre-Raffaelliti in testa.

E prima che si levino i soliti mormorii di disappunto vorrei lanciare un breve ammonimento al turista italiano: non trascurate questa mostra perché “tanto Botticelli me lo vedo a casa” (quante volte siete andati agli Uffizi ultimamente?) oppure non brontolate “ah, questi tedeschi ci rubano sempre tutto” (escludendo le razzie dei Nazisti le opere sono sempre state comprate da mercanti e musei di tutto il mondo e altrimenti se ne starebbero nel sottoscala di qualche palazzo chiuso al pubblico). Siate invece fieri e curiosi, perché, se è pur vero che i capolavori botticelliani (come la Primavera e la Nascita di Venere) rimangono a Firenze, qui a Berlino avrete occasione di scoprire molte cose sul maestro (sapete che ha firmato solo due opere in tutta la sua vita? E tutte due sono esposte qui) e ricordarvi semmai quanto l’Europa è sempre stata innamorata dell’Italia.

In maniera sorprendente i curatori della mostra cominciano dall’oggi, dalla bellezza innegabile ma inflazionata di Naomi Campbell (non a caso “la Venere Nera”), per arrivare passo passo, da Andy Warhol a Magritte, Dante Gabriel Rossetti e David, fino alla Simonetta Vespucci, una ragazza bellissima e vezzosa – a giudicare dalle acconciature – che sedusse la Firenze dei suoi tempi per morire giovanissima di tubercolosi e restare però immortale, top model ante litteram, in centinaia di lavori di Botticelli che ne fece il volto malinconico di tutte le sue Madonne (così come amarono credere i romantici nei secoli scorsi).

Di fatto la stilizzazione botticelliana della donna e dello spazio naturale in cui è immersa hanno creato un “mito” con il quale l’arte contemporanea ha scelto di confrontarsi ogni qualvolta ha dovuto, o voluto, contrapporsi al Classico, ora con gioco ora con rabbia.
Da un lato gli artisti si sono fatti sedurre da queste bionde, ma proprio come fossero “una pupa”, hanno fatto in fretta ad usare e abusare questo mito, dal soft-porno parigino di Bouguerau fino alla parodia glam nelle foto (bellissime) di La Chapelle.
Dall’altro sembra che soprattutto le artiste si siano sentite messe in discussione da questa bellezza astratta, disumana e abbiano reagito a questo “Complesso di Afrodite” in modi più inquietanti: scegliendo di assumere il canone nella propria carne lo smontano, ribaltano, smitizzano. Valie Export si presenta come Madonna attorniata dagli angeli, ma in braccio regge un aspirapolvere. Orlan si costringe a dolorose operazioni chirurgiche per dare al suo volto le proporzioni della Venere. Cindy Sherman si camuffa da dama fiorentina e tra parrucche gialle veleno e capezzoli posticci ci racconta la finzione intrinseca a quella bellezza. Come dire: quel tipo di donna esiste solo disegnata. La carne è altro.

E di fatti la grazia di Botticelli è assolutamente distaccata dalla terra e dalla materia, vive nell’idea (pura, incorruttibile, eterna) e trasforma la sensualità in mistica. Quella malinconia diffusa che avvolge le sue figure nasce forse proprio da questa sensazione: la Bellezza è una dea che ha già lasciato questo mondo e tutto ciò che l’uomo crea è solo simulacro, sogno, finzione.
Ed ecco che Afrodite diventa oggi un po’ come la zuppa Campbell. Cade dall’Olimpo e si fa icona, marchio, logo. Rinasce nell’opera di Tomoko Nagao su un mare di Spaghetti Barilla, Baci Perugina, Sacchetti dell’Esselunga (questa oggi la bellezza italiana nel mondo?). Niente mela d’oro per lei, ma una crema anti-age Sisheido.
Fine dell’incanto.

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