Quella volta che cadde il Muro di Berlino. E anche quell’altra.

Uli Schueppel, che fece cadere il muro di Berlino
Uli Schueppel – Foto ©Joe Dilworth

Il 24 ottobre del 1989 il Muro di Berlino stava per cadere. Ma questo Berlino non lo sapeva, non lo sapeva il Muro e non lo sapevano nemmeno i berlinesi.

Ognuna della due città a metà si faceva bellamente i fatti suoi, l’una sempre meno timida nel suo desiderio di cambiamento, l’altra accerchiata e sospesa in un tempo immobile ed eterno, definito e descritto dalle sue pareti di cemento.

La fine della divisione della città non era in vista, non era prevista, non era un’opzione.

Eppure il Muro di Berlino cadde quella sera, per la prima volta. Il suo crollo e l’apertura del confine interno della Germania erano il parto delle menti di due berlinesi giovani, creativi e visionari: Uli Schueppel e Johannes Beck.

Fecero cadere il Muro di Berlino dai microfoni della loro trasmissione radiofonica “Shlim-Line-Show”, che trasmetteva da Schöneberg musica e situazioni sperimentali, e andava in onda a tarda notte su Radio100. “Non era una trasmissione tradizionale, nulla di simile a quello che si sente oggi. Era pura sperimentazione, volevamo creare un tessuto emotivo intrecciando parole e musica; anche le notizie che ricevevamo dalle agenzie di stampa venivano da me lette quasi come poesie, integrate nel suono.” Già si vede la poetica del “paesaggio emotivo”, che è centrale in tutta la produzione cinematografica di Schueppel.

Quella sera, dopo venti minuti di trasmissione, nella quale c’è ospite Christoph Dreher (die Haut), Uli si interrompe e annuncia di dover leggere una notizia dalle agenzie di stampa perché “qui piovono i messaggi. Vi devo assolutamente leggere la notizia più importante pervenuta dalla dpa: Berlino Est – come riportato da fonti come sempre aggiornate di Berlino Est, la dirigenza della SED ha deciso in una riunione riservata la completa apertura del confine interno tedesco, in entrambe le direzioni. La decisione sarà annunciata in conferenza stampa oggi a mezzogiorno, e avrà validità immediata”.

Oggi nel ripensarci ridacchia, ma quella notte, al microfono, Schueppel è serissimo, non gli scappa nemmeno una smorfia buffa. “Avevamo dei collaboratori che telefonarono facendo finta di essere in loco, al muro. I telefoni erano inoltre come sempre aperti al pubblico, e noi mixavamo le telefonate reali con quelle finte.” I telefoni cominciano presto a squillare: gli ascoltatori volevano dire la loro, fare domande, immaginarsi un futuro inimmaginabile.

“Domani alle 12 il Muro sarà aperto: voi che farete?” Incalza Schueppel. Uno vuole aprire un bar all’est, esportare la Kneipenkultur dell’ovest. Un altro ha un problema: una fidanzata su ogni lato del Muro. La musica sperimentale continua a scorrere sotto le parole dei conduttori e degli ascoltatori, il teatro dell’assurdo si autoalimenta; il medium è uscito da sé, la follia di Berlino cavalca l’etere. Un altro ascoltatore ancora, che dice di chiamarsi Dio, fa risuonare le strofe dell’inno nazionale tedesco, recitate da una voce di donna. E in studio ci attaccano sotto l’Internazionale. Il circo è al completo.

Sarà peraltro questo particolare a costare la trasmissione ai due giovani conduttori: non è la falsa notizia riportata che la radio non sa mandare giù, ma la sovrapposizione musicale del diavolo e dell’acqua santa. Un mix letale. “A pensarci adesso sembra assurdo, sentendo quello che oggi è permesso dire e fare sui media, la quantità di razzismi e populismi che tutti i giorni vengono pubblicati senza che ci sia alcuna reazione”, dice Schueppel.

Il Muro di Berlino
Il Muro di Berlino

La finta caduta del Muro di Berlino non è una provocazione politica, né la premonizione di qualcosa che era nell’aria. “Eravamo incuriositi dalla vicenda del terremoto di San Francisco, che avevamo annunciato in radio la settimana prima”, ricorda Schueppel. “Nessuno ci aveva creduto, probabilmente perché il nostro modo di dare le notizie era diverso da quello delle altre trasmissioni. Solo il giorno dopo, vedendo la notizia riportata anche dagli altri media, si era capito che non era una bufala. Quindi ci siamo detti: facciamo davvero una bufala. Una fatta bene. Qualcosa di teoricamente possibile ma estremamente assurdo: facciamo cadere il Muro di Berlino”.

Dal confine di cemento che separa le due Berlino arriva l’ispirazione per scandagliare ben altri confini: quello tra la realtà e la finzione, reso labile dalla diffusione mediatica di massa e dal mezzo radiofonico; quello tra il pubblico e il privato, in cui le persone spesso si sdoppiano.
Quello infine tra la realtà e i suoi simboli, che ne costituiscono una mappatura sedimentata, accettata: è questa mappatura che bisogna scuotere e abbattere per creare significati nuovi, e far cadere mille muri.

Già Orson Welles aveva sperimentato con la sua lettura della Guerra dei mondi del 1938 la potenza della finzione radiofonica. È affascinante e incredibile pensare che, ancora nell’autunno del 1989, pensare alla fine della divisione tedesca fosse un po’ come pensare all’atterraggio degli alieni. “C’era, tra gli intellettuali, chi teorizzava una stabilizzazione della situazione corrente, con due stati tedeschi. C’era chi pensava che il Muro sarebbe rimasto in eterno. Quel che è certo è che per nessuno il suo crollo era in vista, né tantomeno la fine della Germania Est.”

E invece qualche giorno dopo il muro cadde per davvero, per errore o per un effetto domino inarrestabile. E gli alieni divennero i tedeschi per gli altri tedeschi, e la Germania per l’altra Germania.

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