La casa sopra al Bunker – Il Pallasseum a Schöneberg

Pallasseum
Il Pallasseum sopra al Bunker di Pallasstrasse

La zona intorno all’incrocio Potsdamerstrasse/Pallasstrasse è stata per anni uno dei cosiddetti sozialen Brennpunkte (luoghi di frizione e degrado) di Berlino. A metà degli anni Novanta il distretto di Tempelhof-Schöneberg considerò addirittura, e seriamente, la demolizione del caseggiato più imponente e popoloso della zona; ma ancora oggi, svoltando a destra dalla Potsdamerstrasse sulla Pallasstrasse, il Pallasseum ci si para di fronte, e di fianco, e sull’altro fianco, in tutta la sua imponenza e con tutti i suoi dischi satellitari alle finestre, che contribuiscono a farlo sembrare uscito da un film di fantascienza degli anni Settanta.

Invece il Pallasseum è uscito da uno studio di architettura degli anni Settanta, quello di Jürgen Sawade, allievo di Ungers, lo stesso che costruì l’Hotel Esplanade (#2).

Correva l’anno 1977; Berlino era divisa e murata, la zona a sud di Potsdamerplatz una distesa di rovine di guerra. Schöneberg ritorna alla vita grazie al ritorno dei berlinesi, della comunità omosessuale (che qui già negli anni Venti aveva il suo village, ante-litteram di almeno mezzo secolo), degli artisti, e grazie all’arrivo di un importante contingente di Gastarbeiter, migranti del lavoro, per la maggior parte turchi, che dal 1961 arrivano in numero sempre crescente dalla nella Bundesrepublik.

L’areale Postdamerstrasse/Pallasstrasse era vuoto dal 1973, quando era stato demolito lo Sportpalast, che era stato ai suoi tempi il vanto dell’entertainment berlinese, con la pista di pattinaggio su ghiaccio più grande del mondo, con la leggendaria Sechstagerennen, con il bel mondo (prima) e la bella Bohéme (poi) che andava e veniva davanti alle sue pareti già in odore di modernismo. Poi tutto si colorò di bianco rosso e nero, e fu proprio dallo Sportpalast che Göbbels pose ai tedeschi la domanda più famosa e tendenziosa della Guerra: “Wollt ihr den totalen Krieg?”. I berlinesi dissero sì, e il Palast si ritrovò poco dopo ad essere una rovina totale. Lo sistemarono, ci andò in tournée anche Klaus Kinski, ma nulla da fare, il Palast puzzava di danni strutturali e nazismo, le ruspe lo condannarono all’oblio.

Il suo vicino di casa invece, il bunker di Pallasstrasse, rifiutò di sloggiare. Come per molti di quei bunker sopraelevati (Hochbunker) fatti costruire agli schiavi di guerra dai Nazisti negli anni Quaranta, anche per questo furono fatti dei tentativi di demolizione; ma, il berlinese lo sa sa, “die Bunker sind nicht weg zu kriegen” (non si levano più). Impossibile da eliminare, il bunker venne integrato nell’edificio, sembra che il Pallasseum lo stia covando come un uovo. Ora è chiuso, si visita solo durante la notte dell’offenen Denkmal. Lo si può vedere come set del film nel film in “Il cielo sopra Berlino”, e in un video di Bushido&co., in cui i rapper attaccati da aerei lanciarazzi si nascondono proprio lì.

Intorno e sopra alle sue pareti potenti Sawade disegnò una casa. Una casa gigante per la precisione. Lunga duecento metri, alta dodici piani, con 514 appartamenti e spazio per circa duemila anime. Ognuna della quali personalizza il disco del suo ricevitore satellitare con foto e loghi di cose che ama, creando un collage di immagini e colori sulle immense facciate. Il Pallasseum è costituito di due blocchi, uno più basso, a ferro di cavallo, ancora “normale” nella sua spigolosità, e uno a ponte, che taglia la Pallasstrasse come una lama, e si appoggia a terra su quattro pilastri, dopo aver scavalcato il bunker.

Dalla sua costruzione fino all’inizio degli anni Duemila, il Pallasseum non si chiamava Pallasseum. Si chiamava Wohnen am Kleistpark, ed era uno di quegli edifici che sembrano creati apposta per diventare luoghi di disagio. Case popolari fatte di blocchi di cemento in mezzo a quartieri decadenti, che creano angoli bui e isolano i propri dintorni dalla città. Una popolazione straniera appena arrivata, appostata a vivere in modo nuovo e diverso in mezzo all’altro, che vive negli altbau della Goltzstrasse. Un colosso di dis-integrazione, che alla fine degli anni Novanta rischiò di non vedere il nuovo millennio.

Nel 1999 si costituì il Quartiersmanagement per il Pallasseum, che ancora oggi amministra gli appartamenti. Con il sistema del “coinvolgimento orizzontale” si riuscì ad evitare la demolizione e a portare miglioramenti alla vita dei residenti del quartiere. Il sistema è quello di stimolare ed ingaggiare tutti gli abitanti del palazzo e i gestori di diverse attività dei dintorni nel miglioramento della comunicazione tra vicini, e nell’organizzazione di punti di incontro e gruppi di cooperazione – per risolvere i problemi, sistemare il giardino, guardare i bambini e molto d’altro.

Nel 2001 organizzarono un concorso per dare un nome nuovo all’edificio, e da allora la lama di cemento sulla Pallasstrasse si chiama Pallasseum. Il Quartiersmanagement fu iniziato da un gruppo di operatori di diversa provenienza, che ideò insieme agli abitanti del palazzo iniziative e attività, ottenne finanziamenti e portò migliorie strutturali e amministrative alla comunità. Dopo qualche anno di lavori, ristrutturazioni, iniziative sociali e hip-hop, il Pallasseum sembra aver trovato la ricetta per sopravvivere, ed è diventato uno dei punti cui la città guarda per comprendere i misteri dell’integrazione.

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