Berlin Beats. Burroughs, Ginsberg, Klaus Maeck e il cut-up

Burroughs e Ginsberg a Berlino
La cartolina di Ginsberg a Orlovsky.
Pic: booktryst.com

26 settembre 1976, Charlottenburg. Tre americani entrano allo Zillemarkt. Due uomini e una donna. Sono a Berlino da una settimana, hanno passato il pomeriggio allo zoo di Berlino e hanno trascorso diverso tempo a Berlino Est, a imparare lo stile brechtiano da Wolf Bierman, che ancora sta lì.

Sono Allen Ginsberg, William Burroughs e Susan Sontag.

Lo Zillemarkt è un locale fumoso in una via un po’ buia di Berlino Ovest, a due passi dallo scintillante Kurfüstendamm. Qui, prima della guerra, c’era un caffè letterario dietro l’altro. In questa zona si incontravano i Mühsam, i Kästner, i Brecht e i Grosz e tutti gli altri artisti d’avanguardia. Il caffè era il luogo di incontro e di scambio, dove le idee divenivano discorsi e i discorsi divenivano opere d’arte.

Dopo la guerra, a città distrutta, l’arte torna a fare della Berlino murata una città internazionale, e a rispecchiare un mondo cambiato e rivoltato. A due passi dallo Zillemarkt, pochi anni dopo, ci sarà Christophe Bouchet che, camuffato da non vedente, chiederà l’elemosina per finanziare sé e Thierry Noir nella loro missione di abbellimento del muro di Berlino.

La tradizione del caffè letterario ritorna a vivere nella Berlino a metà, anche se dal Novecento, e dal secondo dopoguerra in particolare, il termine letterario diventa riduttivo: ora l’artista è diventato poliedrico, e l’arte sconfina e rimbalza tra le parole e le immagini e le azioni, l’urlo e la proiezione.

“Un aspetto molto importante dell’arte è che rende le persone consapevoli di cose che sanno e non sanno di sapere”.

Ginsberg il viaggiatore, a casa in tutto il mondo, scrive da Berlino una cartolina al suo Peter Orlovsky, nella quale descrive i giorni trascorsi in città e il locale che ora li accoglie, racconta della Wodka che ha bevuto con Bill, Susan, e un “Samuel Beckett con il viso da ragazzino rugoso”. I tre erano andati a trovarlo nel suo appartamento a Tiergarten, a bere whisky e parlare di trapianti di fegato e di James Joyce.

Senza quella cartolina forse non lo sapremmo, che Allen e Bill e Susan si sono fermati proprio in quella Stube.

I beats erano già di casa a Berlino. Non era il primo viaggio verso la città divisa che Ginsberg e Burroughs intraprendevano per leggere le loro opere davanti ai berlinesi, e per Burroughs non sarà nemmeno l’ultimo.

Nel 1983, tra Berlino e Amburgo, collaborerà con Klaus Maeck (co-produttore, tra le altre cose, del recente B-Movie) per il film Decoder, un classicone della subcultura che raccoglie i contributi di moltissimi degli avanguardisti degli anni Settanta/Ottanta, e diventa immediatamente un cyber-cult. Nel 1986 Burroughs tornerà a Berlino per proporre di nuovo la lettura di alcuni dei suoi pezzi.

Lo stesso Klaus Maeck lo contatterà di nuovo qualche anno dopo, nel 1993. Maeck questa volta vuole costruire un film tutto intorno a Burroughs. Prende un’intervista lunga e strutturata che gli ha fatto Jürgen Ploog, una serie di letture, appunto quelle di Berlino del 1986, e costruisce alcuni brani di girato originale che mixa all’interno delle riprese d’epoca.

Ne risulta “William S. Burroughs: Commissioner of Sewers”: un’ora di puro stile stridente e sperimentale, un documentario fatto dei cut-ups sperimentati da Joyce e cavalcati da Burroguhs, che se fosse un libro lo avrebbe scritto proprio lui. Singhiozzato, spezzato e ricco di paradossi e saggezze crude.

Con quella voce da angelo delle tenebre che rende inconfondibile ogni registrazione, per quanto distorta, che il demone beat abbia mai inciso.

In memoria di William Burroughs, che era nato oggi nel 1914.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *