Rosefeldt “Manifesto”: a chi parla l’arte contemporanea?

csm_13_Julian_Rosefeldt_Manifesto_6b7a5c08bdStalin, Marilyn, Gandhi, Cassius Clay. La cinepresa scivola sui loro volti sbozzati nella cartapesta, immobili eppure così espressivi. Ghignano, fremono o sorridono misteriosi come divinità. La macchina si ferma su una testa incompleta. Rapide mani montano i pezzi mancanti, ecco, ci fissano ora gli occhi vitrei di Cate Blanchett. Ultima creazione del burattinaio. Che è, guarda un po’, Cate Blanchett. Sulla musica, la voce di Cate Blanchett, straordinario duttile strumento, recita il Manifesto del Surrealismo“La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l’antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la massima libertà dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso” (A. Breton, 1924).

Se cercate una chiave d’ingresso nella grandiosa installazione di Julian Rosefeldt “Manifesto” (Hamburger Bahnhof 10.02.2016 – 10.07.2016) vi suggerisco di provare da qui. Altrimenti rischiate di farvi soverchiare dalla sontuosità del progetto, dalla sua vastità enciclopedica (si passa da Marx/Engels a Jim Jarmusch), le ricercatezze formali, la bravura di Cate Blanchett (brava, ma così brava da dare quasi fastidio).

Certo, fra le tante cose che Marx ed Engels non potevano sapere quando nel 1848 pubblicarono il Manifesto del Partito Comunista forse quella che li avrebbe stupiti di più è che stavano scrivendo una pagina fondamentale dell’arte contemporanea. Sulla loro scia diventò una ossessione degli artisti novecenteschi scrivere o sottoscrivere Manifesti che auspicavano una radicale trasformazione dell’arte e del mondo e che spesso invece restavano solo belle parole ruggenti. Fino a trasformare il Manifesto stesso in opera d’arte. Parole, parole, parole che vorrebbero farsi cose, cose, cose.

Dinanzi a cotanta tradizione Julian Rosefeldt risponde con altrettanta magniloquenza: 13 cortometraggi che scorrono in contemporanea, una Cate Blanchett ineccepibile che viene spupazzata su e giù per Berlino (dalle cime di Teufelsberg alle discariche di rifiuti) mentre il regista le mette parrucche, turbanti, dentiere, pance finte, tatuaggi, lenti a contatto, tacchi a spillo e le riempie la bocca di tutte quelle parole, parole, parole che lei (bravissima, lo abbiamo già detto?) usa come poesie, preghiere, discorsi inaugurali o funebri con maestria, ironia, passione (e come se non bastasse ci sono pure le scimmie e i monoliti, i corvi gracchianti e gli animali impagliati, e tante strizzatine d’occhio a … chiunque!). C’è da fare indigestione. O una bella risata come quando si ascoltava “Gassman che legge il Menù”. O forse no…

C’è chi ha visto nell’operazione di Rosefeldt uno straordinario omaggio al Manifesto come genere artistico in sé, la sua apoteosi nel tempio dell’arte contemporanea (l’Hamburger Bahnhof) con tutti i barocchismi strepitosi di un pittore seicentesco che deve dipingere l’Assunzione della Vergine Maria (col volto, è ovvio, di Cate Blanchett… del resto che altro ruolo le manca se non la Madonna?)

Eppure il regista dissemina il suo lavoro di indizi che invitano a superare questa interpretazione illustrativa del lavoro: le contraddizioni tra il testo e l’immagine, lo svelamento compiaciuto del trucco cinematografico, l’ironia onnipervasiva, l’onirismo spiazzante sono la chiave – o meglio il grimaldello- per scendere a un livello più profondo (e accedere alla stanza segreta del senso, proprio come racconta emblematicamente uno dei cortometraggi…)

È come se Rosefeldt mettesse tutta l’Arte contemporanea sul lettino dello psicanalista e l’invitasse a parlare: ne esce un inquietante soliloquio, delirante di simboli e sgangherato nel senso, che disperatamente cerca di afferrare, costruire, cambiare la cosa. Precipitando poi in un’altra discarica di parole… In un gioco di scatole cinesi, dove il contenuto e il contenente si confondono, Rosefeldt ci porta nella stanza segreta dell’Hamburger Bahnhof, quella che finora ci avevano tenuto nascosta: la camera oscura dove il Museo sogna.
E nel suo sogno il Manifesto non è più proclama, ma monologo interiore: il secolo Novecento (con tutte le belle teste di cartapesta che lo hanno abitato) scava nel suo sub-conscio e cerca le ragioni profonde della sua incapacità di restare vivo.
Sta a noi ascoltarlo e, se possiamo, guarirlo. Nel secolo nuovo, forse. Con meno parole, forse. E stupefacenti trasformazioni.

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