460 Berlino che non vedremo mai: in mostra i progetti del futuro Kulturforum

20160226_182242Dal 26 febbraio al 13 marzo 2016 sono esposti negli atri della Gemaeldegalerie i 10 finalisti della competizione internazionale lanciata nel settembre scorso per lo sviluppo dell’area tra la Neue Nationalgalerie e la Philharmonie e il completamento di una delle aree più interessanti e bistrattate di Berlino, il Kulturforum, ridotto da anni ad appendice negletta della Potsdamerplatz. Con loro i 460 progetti che sono arrivati dagli studi di architettura di tutto il mondo e che confermano il fatto che se Berlino non è la più bella città d’Europa, ne è senz’altro il più bel cantiere!

Se pensavate che con il Castello (sigh!), il nuovo edificio di Chipperfield sull’Isola e il prolungamento della U5 potessimo finalmente metterci il cuore in pace (facendo finta di non vedere un gigantesco aeroporto abbandonato in mezzo ai prati di Schoenefeld) vi sbagliavate di grosso: questa città non ha intenzione di fermarsi.
Come una diva assatanata (e me ne vengono in mente tante) si affida ai bisturi e alle punturine di dottori, chirurghi e fattucchiere dell’estetica, così Berlino insegue disperatamente un’immagine di sé che brilla da qualche parte nel futuro ma non si capisce bene cos’è. Se infatti nei “ritocchini” di Cher possiamo riconoscere una certa progettualità, quando consideriamo le evoluzioni e involuzioni urbanistiche della capitale tedesca ci si chiede da che parte si voglia andare…

La mostra dei progetti per il prossimo Kulturforum (se ne prevede l’inaugurazione nel 2022) ne è un meraviglioso, preoccupante esempio: meraviglioso per la ricchezza dei sogni architettonici che sono presentati, preoccupante per quelle che sembrano essere le scelte dell’attuale dirigenza.

La creazione di un polo museale alternativo all’Isola dei Musei fu una conseguenza della divisione della città dopo la guerra, ma anche l’espressione di una creatività strabordante che voleva ridisegnare sulle macerie una città splendida (alla faccia dei comunisti, è ovvio). I progetti eleganti e avveniristici di Scharoun e Mies van der Rohe che campeggiano ai lati del Kulturforum sono figli di quell’epoca ricca, sfacciata e incapace di compromessi. E mi rendo ben conto che chiunque sia chiamato a costruire in mezzo a quei due “Signori” senta tutto il peso della loro storia e sovranità artistica…

Con le variegate vicende politiche ed economiche della città (vedi alla voce:“Crollo del Muro”) le urgenze urbanistiche sono senz’altro cambiate, ma soprattutto è venuto a mancare quel modello di città decentrata che aveva caratterizzato giocoforza Berlino. Proprio la ricostruzione del Castello degli Hohenzollern pareva tradire la volontà di inspirarsi alle altre capitali europee e definire in maniera classica un “centro” ad uso e consumo dei turisti piuttosto che dei cittadini. A quanto pare però non ci si era dimenticati di quel piazzale anonimo (poche sculture minimal abbandonate in mezzo ai parcheggi certo non nobilitavano l’area) tra la Matthäikirche e la Philharmonie, splendida come un sole espressionista (se non ci fossero intorno i soliti cantieri berlinesi). Ecco quindi che nel 2014 il Parlamento tedesco ha assegnato 200 milioni di euro per costruire in quella zona un nuovo museo, dedicato all’arte del 20° secolo.
Un altro museo?? Certamente! Sempre a causa di quella famosa divisione e successiva, improvvisa unificazione (con l’ondata di ottimismo che ne è seguita) i depositi della Nationalgalerie di Berlino sono stati invasi da donazioni, lasciti, acquisizioni cosicché non è mai stato possibile vedere la collezione in tutta la sua interezza.

Mozzafiato.

Una città che custodisce così tanta arte da non sapere dove metterla.

Ecco allora l’esigenza di un edificio dedicato espressamente all’arte del Novecento. Un edificio che, proprio secondo le linee stilate dalla open call berlinese, dovrà rappresentare spazialmente quel secolo rotto e complesso, spaventoso e vivacissimo, pur mantenendo criteri ottimali di “visitabilità” e – ci tenevano a sottolineare i committenti – valorizzando le possibilità dello sguardo di spaziare liberamente dai progetti di Mies a quelli di Scharoun, dalla Chiesa di San Matteo alla scalinata della Gemaeldegalerie (sempre che la Gemaeldegalerie lì resti) fino alla Stabi (quando riemergerà lei pure dai ponteggi).

Resterete senz’altro a bocca aperta dinanzi alla fantasia, all’opulenza, alla grazia di tante maquette e disegni esposti (un vero sexy-shop per fanatici dell’architettura contemporanea). Progetti luminosi, aerei, vetrati. Dove una parte preminente è data alla componente verde e paesaggistica. Certo ci sono anche piramidi, pagode, una specie di colossale pista da skate, la riproposizione di Piazza San Marco o del Partenone. Ma anche nuvole di cristallo, linee taglienti e leggere sulla città, scavi che senza compromettere lo skyline creano finalmente un vero “forum” cioè una piazza vissuta dalla gente, capace di mettere in contatto libri, musica, quadri, installazioni, video arte…
Chi ha vinto?

I cubetti. Probabilmente i più economici cubetti.

Non me ne vogliate, è solo l’opinione di un amatore e non di uno specialista di urbanistica o museografia.
Ma certo viene in mente la fatica di Libeskind per riuscire a costruire il suo Museo Ebraico (e il successo che poi ha avuto). O gli esempi di tante altre capitali che hanno sfidato il gusto corrente e sono riuscite a ridisegnare il proprio volto in modo iconico, vincente e duraturo.
Insomma cara Berlino, una diva non va dal chirurgo a chiedere: “per favore, maestro, mi faccia sobria”.
Una diva vuole essere semplicemente una sventola indimenticabile.
Oggi, domani, per sempre.

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