23.03.2016: The Three Blind Mice live – da Milano a Berlino attraverso la storia del rock e della città.

Three Blind Mice BadehausIl nome del gruppo è “un omaggio al raccontare una storia vera per metafore, alle favole piene di ombre dove il lieto fine non è per nulla scontato. Proprio come nella filastrocca.”

Proprio come nelle storie del blues e del (post)punk, le cui influenze si intrecciano, insieme a molte altre, nella produzione della band.

I Three Blind Mice sono Manuele Scalia, Daniele De Santis, Matteo Gullotta e Francesco Rivabene.

Li sentiremo di nuovo suonare a Berlino il 23 marzo, alla Badehaus. Saranno accompagnati dai Sultans of Gedankenbrain, la band berlinese di Kristof Hahn, e presenteranno il loro ultimo album “The Chosen One”.

Se Milano è il punto di partenza, Berlino è la seconda casa, ed è la tappa del viaggio che ha permesso ai Three Blind Mice di entrare in pieno nella scena musicale internazionale – grazie alla collaborazione con l’etichetta Pale Music di Steve Morell e a numerose esibizioni dal vivo.

 

Ho fatto qualche domanda a Manuele Scalia:

 

Come siete venuti in contatto con Berlino e con Steve Morell, e quanto tempo ci avete trascorso o ci trascorrete?

Il rapporto Three Blind Mice/Berlino è iniziato nel 2010. Avevamo da poco registrato il nostro primo lavoro discografico, un ep in vinile, e fissato delle date in Europa, fra le quali anche Berlino. Nell’autunno di quell’anno ricevemmo una mail entusiastica da Steve Morell di Pale Music, e di lì a poco firmammo un contratto con l’etichetta.

Da quel momento in avanti abbiamo suonato in città parecchie volte, tra le altre come spalla di Lydia Lunch e Gallon Drunk (Big Sexy Noise) al Wild At Heart. E in vari altri club, tra cui il Bassy, il Cortina Bob, Auster Club, CCCP e adesso il Badehaus.

 

Eravate in Italia o a Berlino durante la composizione dei pezzi?

Abbiamo registrato due album a Berlino, Early Morning Scum (2012) e The Chosen One (2015). La prima volta fummo ospitati da Tom Schwoll dei Jingo de Lunch al collettivo K19, un edificio occupato a Friedrichshain. Avevamo a disposizione una grande camera soppalcata e condividevamo l’enorme cucina con i vari inquilini. C’era anche una cantina adibita a sala prove dove ci divertimmo un po’ prima delle registrazioni, e un bar aperto tutta la notte, tappa obbligata prima di andare a dormire. All’epoca arrivammo con i pezzi pronti e in parte rodati anche dal vivo. Il lavoro in studio fu relativamente semplice. Un mese dopo tornai a Berlino con i rough mix. Ricordo un piacevole pomeriggio di ascolti da Pale Musik con Steve e Andrew Unruh degli Einstürzende Neubauten.

Per The Chosen One le cose sono andate diversamente. Per motivi non sempre legati alla musica, negli ultimi anni mi son trovato spessissimo in città. Affittavo sempre la stessa stanza in un bilocale, nel retro di uno Spätkauf a Prenzlauerberg. In questo periodo hanno preso forma molti dei pezzi contenuti nel nuovo album. Una sera, in un bar lungo la Paul-Lincke-Ufer ne discussi con Kristof Hahn, membro degli Swans, e gli chiesi se avesse voluto essere coinvolto in veste di produttore. Così, a marzo dello scorso anno, prendemmo un appartamento a Kreuzberg per tutta la band e tornammo nuovamente allo Schaltraum studio presso la Funkhaus. Dopo 10 giorni di grande lavoro festeggiammo con un doppio concerto, noi e i Sultans Of Gedankenbrain di Kristof, al Wild At Heart.

Cosa vi dà Berlino – spunti, atmosfere, sguardi – rispetto al resto del mondo nella fase creativa?

Berlino mi ha dato un posto dove sentirmi a casa e completamente estraneo al tempo stesso. Mi ha dato energia e ispirazione in un momento in cui credevo di trovarmi in un vicolo cieco. C’è una poesia nella città, a ogni angolo di strada, tra le ombre degli edifici e delle vie alberate, nei parchi, lungo il fiume. Qualcosa di unico che va al di là della nightlife e dei biergarten. Paradossalmente è una città dove ci si può perdere ma dove ci si può anche ritrovare. A momenti caotica e a momenti silenziosissima.

Quali sono le differenze principali tra il suonare dal vivo in Italia e a Berlino – e anche altrove?

In Italia la situazione cambia di città in città. A Milano in particolare, sono rimasti pochissimi club per la musica dal vivo indipendente. E questo fa si che non ci sia una scena vera e propria e c’è poco supporto verso le piccole realtà locali. In parte è una situazione diffusa anche all’estero, anche se di solito la musica, i concerti, i luoghi dove sperimentare e confrontarsi, sono ancora visti come una risorsa culturale e resistono. Berlino ovviamente è una mosca bianca, difficile far paragoni con altre città europee.

 

Nell’ultimo disco si sente una sterzata riflessiva, i toni sono più controllati e sembra che ci siano meno influenze noise e molto più post punk. Se è vero, è un effetto della vostra maturazione o un effetto Berlino o altro? Come definite il genere dell’album?

The Chosen One è un album fatto di canzoni, nel senso tradizionale del termine. Costruito essenzialmente su uno strumento e sulla voce, e sviluppato nel rispetto dell’idea originaria. Sicuramente c’è una componente più “roots” che noise. In parte dovuta anche agli ascolti durante la stesura dei pezzi, che andavano da Townes Van Zandt ai Crime & The City Solution. La musica folk affronta senza giri di parole temi universali quali la vita, la morte, l’inizio o la fine di un amore, l’esser lontani da casa o da Dio. E questa forma espressiva mi ha permesso di parlare in prima persona e in maniera diretta di un momento preciso della mia vita. Musicalmente, solo adesso riusciamo a tracciare un filo conduttore tra le canzoni. Quando siamo entrati in studio non avevamo la minima idea di cosa avremmo portato fuori.

 

Avete registrato a Nalepastrasse, pezzo di storia. Al di là della fascinazione, quali sono le differenze tra il lavorare in studio qui e a Milano?

Il plus dello Schaltraum è quello di avere un’enorme sala, con un ottimo sound, dove abbiamo potuto suonare in diretta, catturando il suono “live” della band. Si può registrare in analogico, su nastro, e ci sono amplificatori e strumenti vintage. Mi è sempre piaciuta l’atmosfera rilassata, l’atteggiamento easy going e le grandi finestre sul fiume. Al di là della differenza di prezzo, quando registri nella tua città ci sono poche occasioni di avere la band in studio al completo. Ed è un peccato. Gli ultimi due album li abbiamo letteralmente vissuti insieme, fianco a fianco 24h su 24. Secondo me fa la differenza. Poi però abbiamo sempre mixato a Milano da Max Lotti, un’eccellenza italiana.

 

Quanta importanza hanno i testi per voi?

I testi sono fondamentali quanto la musica, fanno parte di quell’onestà di base che ogni band deve avere. Non abbiamo dei personaggi da portare in scena, e non riuscirei a espormi in prima persona se non credessi in quello che suono e in quello che canto. The Chosen One da questo punto di vista è sicuramente più riflessivo e personale, ben lontano dalle efferatezze criminali di Early Morning Scum. Anche se probabilmente rappresentano l’altra faccia della stessa medaglia. Cerco di raccontare delle storie che abbiano un impatto emotivo dove ognuno possa sentirsi incluso. Non mento e non voglio tediare il pubblico con i soliti cliché del rock’n’roll.

 

Qual è il vostro luogo preferito a Berlino (fuori dallo studio)?

Kreuzberg, da Moritzplatz fino al Gorlitzer Park e il Landwehrkanal. Mi piace bazzicare tra i negozi di dischi, i piccoli ristoranti asiatici e oziare da Wowsville.

Schoneberg, perché non cambia mai.

E la Gemaldegalerie a perdere la giornata quando fuori si gela.

 

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