Berlinized – Berlino e gli anni Novanta nel film e nei racconti di Lucian Busse

BerlinizedRotola la trivella dentro alla terra friabile di Berlino, che per così tanti anni è rimasta immobile e graffiata solo dal vento e dalle unghie dei corvi.

Crea suoni industriali e sinistri, rimesta memorie e suppone futuri.

Il presente dura finché lei non si ferma.

Un alieno uscito dalla fantascienza anni Cinquanta si muove in mezzo a un campo sterrato, sabbioso, si siede accanto al fuoco. Berlino ha il cuore aperto, dalle ferite sgorgano nuvole di polvere e creature fantastiche.

Dietro di lui grappoli di gru ferme per la notte, il profilo indistinto del Reichstag. La notte anni Novanta con i suoi cieli bui e le sue strade deserte. E i crateri silenziosi. L’alieno suona una chitarra noise distortissima e assordante, e le gru stanno a sentire.

Lucian filma tutto.

Berlinized (2012) si apre così, con Captain Space Sex alieno-motociclista in mezzo al fango dei grandi cantieri, che suona una chitarra urlante e ci dice che Berlino sta cambiando, veloce.

I filmati di allora si intrecciano nel film-documentario con le riprese di oggi, per le quali Lucian Busse, regista e video-artista che vive a Berlino dal 1987, ha incontrato alcuni degli artisti della Berlino post-riunificazione, facendosi raccontare, vent’anni dopo, i progetti di allora e quelli di adesso, come quel periodo abbia influenzato la loro produzione, e le storie di quella tana di coniglio che era Berlino nei Novanta.

 

“Ho sempre filmato la vita notturna di Berlino” racconta Lucian, “quelle riprese erano la base per la mia produzione Alien TV, un programma sperimentale, che per una serie di serate diventò anche una live performance. Proiettavamo un montaggio delle immagini video, di Berlino ma non solo, con l’audio originale come base, e i musicisti – Sophie Hein di regola, ma anche tanti ospiti – improvvisavano musica sulle immagini, includendo il suono originale nel mix.

Lo facemmo per un sacco di tempo, lo facciamo ancora, anche se meno di frequente.

Dopo qualche anno ho recuperato tutto il materiale girato a Berlino negli anni Novanta, e l’ho riportato alla vita facendone un film.”

 

Cosa volevi raccontare degli anni Novanta?

“Non ho mai pensato di fare un film nostalgico”, racconta Lucian. “Mi interessava sapere cosa ne avessero fatto le persone di tutta quella libertà nella quale ci muovevamo: cosa significava per loro avere quel bagaglio, avere fatto quelle esperienze quando avevano vent’anni. Ho potuto vedere quanto è stato importante per loro, nel momento in cui si scoprivano come artisti, sperimentare l’assenza assoluta di confini. E di pressioni. È stato un inizio che ha segnato l’evoluzione del loro lavoro per sempre. Da quella scena non è emersa alcuna grande star: l’immaginario della popolarità non ci apparteneva. Facevamo arte per il qui e per l’ora.

 

Quand’è finito il vostro presente?

“È stato un processo, ma un grande momento di svolta è stato intorno al 2004, con il calcio. A un certo punto spuntarono i megaschermi dappertutto, e prima delle serate c’era sempre la proiezione di una partita. Non so che campionato ci fosse quell’anno. Ma la sensazione di essere fuori dai circuiti “normali” del mondo andò sempre più scemando. Erano arrivati il calcio e i soldi.”

 

In Berlinized Jan Edler – che gestiva il bar sulla Sprea che apriva nei giorni divisibili per sei e nel quale Carsten Nicolai fece la derattizzazione sonora – ricorda come allora fosse possibile vivere la propria creatività senza limitazioni. E come questa possibilità abbia conferito al Berlino la sua fama di città dei creativi – i quali però ormai sono scalzati a colpi d’immobiliare. Si vive ancora d’arte a Berlino?

“È possibile, come si vede tra gli artisti intervistati nel film e nella Berlino intorno a noi. È una questione di autodeterminazione: un tempo potevi fare una mostra in qualunque posto da un giorno all’altro, senza chiedere permessi né preoccuparti di quanta gente muovevi, o del collezionista che non arriva. Questo era molto importante per chi era giovane e scopriva la propria vena creativa, e aveva modo di raccogliere esperienze e sicurezza di sé. Si poteva sperimentare. Oggi è più difficile, artisti e gallerie devono sopravvivere, e scendere a compromessi con il mercato. Ma in nessun posto questa è una scusa per non vivere la propria creatività.

Piuttosto mi sembra che oggi le persone abbiano meno voglia di sperimentare, e più voglia di seguire le regole.”

 

L’artista Nina Rhode parla in Berlinized dell’“arte troppo sicura nelle gallerie tutte bianche” (mostrando una sua opera, che è uno specchio rotante e potenzialmente letale). Manca la voglia di sperimentare perché cerchiamo la sicurezza?

“Siamo molto più controllati che in passato. Oggi se qualcuno vuole aprire un locale ha mille controlli, la macchina dell’amministrazione pubblica è pronta a guardare cosa facciamo. In quegli anni il controllo si stava ancora facendo strada a Berlino est. La città era sconosciuta – basta pensare a come gli autonomi riuscirono in un primo momento a sabotare lo sgombero della Mainzerstrasse cambiando tutti i nomi delle vie di Friedrichshain in Mainzerstrasse. La polizia dell’ovest a quel punto non sapeva più orientarsi.

Con l’accrescersi dei controlli le persone sono diventate più obbedienti. Ricordo quando fu introdotto il divieto di fumo nei locali, che scattava a mezzanotte di un capodanno, negli anni Duemila: dalle dodici la gente ha iniziato a uscire spontaneamente dai bar per fumare. Di loro iniziativa. E questo a capodanno.

Una volta qualcuno mi disse che Berlino gli sembrava un parco giochi per adulti. Ma lo diceva come una cosa negativa, e io non so perché dovrebbe essere svilente. Non capisco perché le persone considerino necessario allinearsi a tutto il resto del mondo, e quindi rinunciare alla creatività, per crescere. Berlino è ancora una città dallo spirito giovane, dove si può essere adulti con una vena di follia.”

 

Sophie Hein aka Lucyhoneychurch, con la quale hai creato anche Alien TV, ha composto la musica per il film. Negli intermezzi ai suoni dolci o ritmati della sua composizione si accostano i rumori delle riprese originali dei cantieri. È un elemento comune ad Alien TV, ma anche a tantissimi film che parlano di Berlino – credi che si possa parlare di Berlino e delle sue subculture senza fare riferimento ai suoni industriali?

“Sophie ha scelto consapevolmente i suoni industriali per questo film. Sono le sonorità peculiari di quei tempi. Gli anni ’80 e ’90 erano gli anni del punk, e questo allora si accompagnava ad un particolare atteggiamento. “No Future” era un rifiuto della società. Erano tempi gelidi. Le droghe, gli atteggiamenti, l’esteriorità erano indifferenti a Berlino; ci si rifaceva volutamente alla negazione del mondo circostante. E questo si rifletteva naturalmente sulla musica. Era musica fredda, d’acciaio, che non voleva piacere. Era una gioiosa, malinconica, passione per l’autodistruzione. Oppure erano fredde basi techno…

Oggi è diverso: le droghe si prendono senza bisogno di un’occasione particolare, solo perché arriva il weekend. Le persone si distruggono, ma poi il lunedì mattina sono tutti belli rasati in ufficio. Non è più un atteggiamento, è uno stile di vita quotidiano.

Per un film sulla Berlino di oggi sceglieremmo una musica completamente diversa. Ma in molti film su Berlino si parla proprio di momenti di passaggio, ed ecco perché si può avere l’impressione che ad ogni produzione su Berlino si accompagnino sempre quelle sonorità.”

 

“In Berlinized gli intermezzi, tra riprese d’epoca e interviste attuali, sono immagini di cantieri, si vede la città che cresce, come un mostro che mangerà tutto. Quand’è che il cambiamento è diventato evidente?”

“Piano piano. I grandi cantieri – vedi Potsdamer Platz – erano un paesaggio quotidiano e familiare, ed erano anche materiale video eccezionale. La loro polvere era ovunque, la loro presenza perenne. Ma quelli che davvero avevano un’influenza sulla nostra vita erano i cantieri piccoli, molto più di quelli grandi. La nostra vita si definiva intorno a loro. I posti che occupavamo, nei quali facevamo cultura, dopo poco non ci sarebbero stati più: chiusi, demoliti, venduti, ristrutturati. Se da un lato il nostro modo di vivere era possibile solo tra i cantieri, erano il loro avanzare e crescere a rendere il nostro quotidiano destinato a finire. Presto.

Era un momento nel quale il “vivere nell’attimo” non era una scelta, ma l’unico modo di poter abitare il mondo che ci circondava.

Qualcuno una volta aprì un bar dentro a un cantiere. In una stanza di un edificio in costruzione. Era nascosto, bisognava sapere esattamente dov’era per arrivarci; e dopo un po’ necessariamente non c’era più. Anche la nostra arte e i nostri luoghi erano così.”

 

Berlinized
Lucian Busse

In Berlinized vediamo quell’arte e quei luoghi – una parte di loro, e chissà quant’altro c’è nei chilometri di pellicola di Lucian Busse che non sono entrati a far parte del film.

È un documento importante, perché quando la gentrificazione è invadente e ci sembra che la città sia completamente imbevuta di logica al rialzo, bisogna ricordare dove poggia il presente: Berlino è fatta anche di creature leggere, che vivono tra buchi e crateri, si arrampicano su grate di metallo e passeggiano sui tetti, in bilico tra i tempi della città e le sue note stridenti.

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