Der totale Rausch – le droghe nel Reich, 1933-45

Der totale Rausch - droghe nel terzo reichMa i nazisti erano fatti come noi? Molto di più, suggerisce il testo “Der totale Rausch”, uscito nel 2015 per Kiepenheuer & Witsch. [Aggiornamento: La traduzione italiana è uscita nel 2016 con il titolo Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista]

L’argomento tossicodipendenze continua ad essere poco discusso, quasi un tabù quando si parla di Nazismo – ma in fondo anche di Afghanistan. Il libro di Norman Ohler indaga una delle tematiche incredibilmente meno approfondite della storia della Germania: la diffusione del consumo di legalissime droghe chimiche tra la popolazione tedesca fino al 1945, e in particolare durante la Seconda Guerra Mondiale.

È noto che fu la Bayer, nel 1896, a commercializzare la prima eroina, con la bottiglietta liberty tanto bellina, e che il consumo di oppiacei e stimolanti sintetici nella Germania del primo Novecento faceva impallidire gli odierni eccessi da discoteca. Ma del consumo di stupefacenti durante i dodici anni di Nazismo non si è scritto molto.

E questo ha un senso molto nazista: la rappresentazione del potere deve essere quanto più lontana possibile dallo stato delle cose.

Nel mito del Führer, per esempio, dove all’uomo sempre più imbottito di farmaci (cose che oggi si trovano sotto i ponti e nei bagni dei club), che vive sempre di più al buio e sottoterra, mangiato dalle paranoie e da un corpo malato, si contrappose sempre nell’iconografia nazista la figura mistica del Führer sobrio, lucido e ascetico, con il suo ostentato vegetarianesimo e il suo amore per il creato.

totale rauschSe non puoi convincerli, confondili. Di fatto nelle vene del Führer circolava un cocktail assurdo di farmaci potenti, vitamine e preparati ormonali di derivazione animale.

[Recita un proverbio tedesco: il nazista vero è agile come Goebbels, magro come Göring, e biondo come Adolf].

Ma non era solo il Führer a strafarsi su base quotidiana.

Norman Ohler è uno scrittore tedesco, che, tentato dall’idea di scrivere un romanzo sul consumo di droghe durante il nazismo, ha scritto invece un saggio storico, basato soprattutto sulle sue attente consultazioni dell’archivio delle carte di Theo Morell, il medico personale di Hitler. Il nazi alchimista, l’uomo che durante la guerra requisì il più grande macello dell’Europa orientale, ottenendo una fornitura perenne di ghiandole e fluidi animali di ogni genere, e costruendo la più efficiente ed inquietante farmacia del terzo Reich. Senza rispondere a nessuno, tranne al suo cliente più affezionato. Una figura sinistra e meno indagata degli altri protagonisti dello Stato nazista – ma non per questo meno influente. Anzi, sostiene Ohler, probabilmente i trattamenti e le iniezioni che Morell somministrava al Führer, quotidianamente e in numero sempre crescente, influenzarono spesso le sue decisioni, e con esse l’andamento delle guerra.

Droghe nel terzo Reich
La prima boccetta di eroina

La politica del Nazismo nei confronti delle tossicodipendenze “classiche” fu costante negli anni, e naturalmente brutale, e naturalmente chi consumava cannabis e derivati era un lavativo amico dei negri e chi consumava o spacciava eroina era un ebreo. Dimmi di cosa ti fai e ti dirò chi sei – se sei un nazi ti fai solo di quello che dice il capo. I tossicodipendenti (quanti, nella repubblica della crisi economica e di Anita Berber, dove gli unici sobri erano i comunisti, che i nazi fecero sparire per primi) finivano in campo di concentramento. Non pazienti quindi, ma criminali. A farsela scendere così, “a freddo”. Ai medici che prescrivevano cocaina, come eroina e altri oppiacei, veniva sospesa la licenza per almeno cinque anni.

Per la propaganda à la Goebbels gli stati di coscienza alterata, peggio ancora espansa, non trovano posto nel mondo nuovo, dove l’unica realtà concessa è quella della svastica. Ma anche quella dopo un po’ non basta più, specie quando le crepe e le contraddizioni del sistema cominciano a farsi evidenti.

Come tenerli buoni e attivi questi tedeschi di Weimar, che a lungo non hanno avuto lavoro e futuro, e guardano con scetticismo all’ordine nuovo? Col terrore, va da sé. Con il mito del nemico giudeo e comunista dietro ad ogni angolo. Con la paranoia delle denunce. E con Pervitin.

La droga nuova per l’uomo nuovo – la nascita della metamfetamina

droghe nel terzo reich
Pervitin – stimola la psiche e la circolazione

Pervitin è il nome commerciale della prima pastiglia di Metamfetamina (il Crystal Meth, quello di cui oggi si strafanno ai rave i ragazzini di mezzo mondo) prodotta in Europa. Dai tedeschi, naturalmente. L’industria chimica fioriva da oltre quarant’anni, da Berlino alla Baviera al Nordrhein-Westfalen. Ne hanno sempre saputo a pacchi, di molecole.

Pervitin usciva dai Temmler-Werke, Adlershof, Berlino. Era pubblicizzato come la pillolina magica per tutti: contro fiacchezza, pressione bassa, depressione, d’aiuto dopo le operazioni chirurgiche e contro la frigidità. Prometteva concentrazione e miglioramento dell’umore. Gli effetti collaterali non erano stati studiati (solo negli anni Quaranta fu introdotto l’obbligo di prescrizione), e la fase di sperimentazione fu breve. Quindi lo potevano prendere tutti: studenti, lavoratori con il turno di notte, puerpere (=bebé) e vedove e bambini.

Tutti con una botta colossale. Anche perché l’astinenza arriva presto e con un solo risultato: che ne vuoi ancora. Dal 1937 al 1945 il consumo di Pervitin in terra tedesca non fece che aumentare. Lo prendevano quotidianamente. In tanti. Incoraggiati dalla propaganda, che presentava il tedesco come l’uomo nuovo, produttivo, vigile e morigerato. In Meth sei veloce, lavori come una scheggia, dormi poco, l’appetito si riduce. Ti senti libero. Dalla tua animalità, che vuole che a volte ti fermi ad ascoltarti, e dalle barriere del tuo ambiente. Eccitazione costante. E intanto, nella Germania senza droghe, pensi di essere fatto di nazismo.

Anche gli alti gradi del partito e dell’esercito facevano uso costante di Pervitin, e, come sempre accade ai ragazzi in divisa, veniva somministrato in dosi da cavallo ai soldati, per ottenere le prestazioni estreme richieste dalla guerra, che valsero alla Wehrmacht la fama di esercito invincibile. Milioni di persone bruciate, pompate di ego artificiale e impasticcate: ecco l’uomo nuovo, che supera i confini della natura e non si spegne mai. Delirio industriale, il potere infuso con una piccola pillola, la certezza di aver trasceso i limiti dell’umano e inventato l’immortalità, e comprato la felicità.

[Fino a quando ci si accorse che era in affitto, pagamento alla riconsegna].

droghe nel terzo recih
Il soldato Heinrich Böll scrive alla famiglia dal fronte, pregandoli di mandargli ancora Pervitin

Un’idea geniale quanto le altre grandi imprese industriali del tempo – una guerra da 50 milioni di morti e un genocidio. Prodotti per eccellenza della cultura industriale più progredita del mondo. E visto che di Nazismo si parla e si straparla da ottant’anni, sembra avere senso esaminare la chimica dei suoi protagonisti.

Ohler riporta dalle carte di Morell come anche Eukodal e altri derivati dell’oppio, ufficialmente proibiti, circolassero liberamente nelle vene di Hitler e di altri pezzi grossi del regime. È famosa la tossicodipendenza senza speranza di Göring, che al momento del suo arresto portava con sé qualcosa come 24mila pastiglie di vario genere.
Avrebbero preso decisioni migliori senza le droghe? Probabilmente no. La droga non crea, amplifica. Forse però la catena d’orrori si sarebbe interrotta un po’ prima, senza il Meth che abbatte la fatica e azzera la coscienza.

Ma queste sono speculazioni. Il libro di Norman Ohler non si lascia (quasi mai) tentare dai se e dai ma con i quali la storia non si fa.

Come notano diversi critici, “Der totale Rausch” non è un testo sul quale basare una conoscenza approfondita del terzo Reich, ma nemmeno questo è l’intento dell’autore – che è uno scrittore, non uno storico. Ogni tanto Ohler sembra tirare per i capelli la sua interpretazione farmacologica degli eventi storici, cercando le conferme della sua ipotesi in ogni dove. Ma sembra prenderne coscienza e sdrammatizzarsi da solo come un gran paroliere, titolando i suoi capitoli come buffi giochi di parole – tipo “Sieg High” e “Blut und Drogen”.

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