20 anni di Hamburger Bahnhof

hamburger-bahnhof_soma1Berlino ha proprio il Museo di Arte Contemporanea che si merita: l’Hamburger Bahnhof, un’ex stazione dei treni che è sopravvissuta alle bombe della Seconda Guerra Mondiale, al Muro, alla mania dei tedeschi di “buttare giù – ricostruire – ri-buttare giù”, per diventare esattamente venti anni fa uno dei musei più interessanti della città (e non senza difficoltà visto che gran parte della sua collezione arriva dalla famiglia Flick, sporcatasi non poco le mani ai tempi del Terzo Reich).

Oggi guardando quella sua facciata di panna si stenterebbe a credere che all’interno custodisca le opere più sperimentali e concettuali della sterminata collezione berlinese, se non forse al calare delle tenebre quando le istallazioni al neon di Dan Flavin la trasformano in uno spettro blu elettrico, eppure è lì che troverete tutta la produzione artistica del secondo dopo guerra a partire da un duetto fondamentale (e decisamente agli antipodi) Andy Warhol e Joseph Beuys, probabilmente i due guru nel “rinascimento” artistico del Novecento, l’uno sfacciato cantore dell’America vincitrice, l’altro enigmatico sciamano di un’Europa devastata nel corpo e nello spirito.

Per anni l’Hamburger Bahnhof ha sofferto della sua posizione un po’ infelice – e non è un caso che proprio lì passasse il Muro di Berlino – emergeva come una surreale torta nuziale tra i cantieri fangosi, le ruspe e le gru, isolata e periferica rispetto ai poli museali della città. E poi, che competizione! L’altare di Pergamon, la suprema Nefertiti, “Amor Vincit Omnia” di Caravaggio, la scatola minimalista di Mies Van der Rohe… vogliamo mettere con gli “scarabocchi” di Cy Twombly?

“Cy, chi?” sento mormorare là in fondo. “Beh, questi scarabocchi potrei farli anche io” si aggiunge un altro meno in sordina. “E comunque non ci capisco niente di arte contemporanea… in fondo non è neppure così importante, non c’è neanche nei libri…”

Molti visitatori stentano ad avvicinarsi a un Museo che non promette una facile digestione. Eppure è proprio quell’amaro ermetico che assaggiamo quando ci avviciniamo all’arte contemporanea a raccontarci meglio il momento che viviamo, il nostro “Zeitgeist” direbbe un signor filosofo tedesco.

A Berlino se ne erano già accorti nel 1919, quando Ludwig Justi aprì nel Kronprinzen-Palais il primo museo per il contemporaneo: era necessario colmare la distanza tra i cittadini e gli artisti loro co-evi, raccontare quello che si stava combinando negli atelier, rompere le clique intellettuali e mettere tutti nella condizione di apprezzare o criticare un marmo greco così come un ritratto verdognolo degli Espressionisti (a quei tempi). Nel 1937 i Nazisti chiusero tutto: il loro progetto educativo aveva tutt’altra direzione (e si potevano ben vendere bene le “croste” a quegli stupidotti degli americani per finanziare le fabbriche di armi o, alla peggio, bruciare tutto).

L’Hamburger Bahnhof rinasce nel 1996 come continuazione di quel sogno weimariano e come segnale di fiducia verso una città, Berlino, che tante ne ha prese e tante ne ha date, ma che voleva tornare ad essere una città autenticamente d’avanguardia in Europa. Da additare finalmente come buon esempio.

Dopo l’acquisizione della collezione privata di Erich Marx (Warhol, Twombly, Rauschenberg, Kiefer) sono arrivati i lavori di arte minimal, concettuale e Arte Povera di Egidio Marzona (con tutto il suo archivio di poster, flyer, riviste che ci raccontano come “si racconta” l’arte) e infine il contestato prestito (divenuto nel frattempo donazione) della collezione Flick.

Tanta roba, troppa roba. Tant’è che, seppur il museo sia enorme, non si riesce mai a mostrare tutto, tutt’insieme. Si raddoppia perciò l’effetto di smarrimento: non soltanto l’Hamburger Bahnhof propone arte “non riconoscibile”, ma a differenza di ogni Museo, concepito come archivio di tutto ciò che va custodito e presentato come eterno, non sai mai cosa ci troverai, dove lo troverai, come lo troverai.

Insomma avvicinarsi all’arte contemporanea non è mai facile, probabilmente assomiglia di più ad un appuntamento al buio che l’invito a pranzo di domenica dalla nonna: ma l‘Hamburger Bahnhof ce la mette tutta per continuare a colmare il divario fra la gente di oggi e l’arte di oggi: ad esempio, proprio per festeggiare il suo compleanno un intero weekend gratuito, 5 e 6 novembre.

E così anziché venirvi contro, l’arte contemporanea (irriconoscibile e sorprendente) vi tende la mano. Voi, fatele un regalo, andate a trovarla!

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