Genius Loci: la collezione Boros nel Reichsbahnbunker di Friedrichstrasse

Reinhardstrasse 20 (Mitte)

Ingresso solo su prenotazione

12/6 euro (visita guidata in tedesco o inglese)

Non capita tutti i giorni di entrare nelle viscere di un bunker nazista e scoprire che là, dove si intrecciavano cunicoli soffocanti, si aprono oggi gli spazi sofisticati di una delle più belle gallerie d’arte contemporanea di Berlino: la collezione Boros.

Bella anche e soprattutto per questa sua collocazione inusuale: attraversare le sue stanze assomiglia a effettuare una trivellazione geologica nella storia di Berlino, affondando nel suo inglorioso passato nazista per risalire, piano per piano, fino al suo presente scintillante (mettiamo subito le mani avanti: nella penthouse che Christian Boros si è fatto costruire sul tetto del bunker, citando con grazia – e se volete con un certo spirito di contrappasso estetico –  il padiglione Barcellona di Mies Van der Rohe, non si può entrare. Lì il mecenatismo si arrende alla privacy, anche se tutto pare allestito apposta per farvi morire di voglia e sbirciare almeno dal terrazzo i saloni dalle pareti di cristallo).

Dall’esterno la struttura appare come una fortezza inespugnabile, con pareti immani in cemento armato e cupe feritoie. Qualche concessione decorativa di inspirazione rinascimentale ci ricorda che, se la destinazione iniziale era proteggere il personale e i viaggiatori della stazione di Friedrichstrasse, l’intento dei nazisti era riciclare poi l’edificio nel contesto trionfale di “Germania”, la capitale del Mondo firmata Hitler&Speer.  E infatti il bunker è diventato poi un gigantesco frigorifero! Ai tempi della DDR ci si stipava la frutta inviata da Cuba ai compagni tedeschi che mica potevano mangiare sempre e solo cetrioli e patate, da cui il soprannome “Bananenbunker”.

Poi, siccome la storia è spesso ingiusta ma non priva di ironia, il bunker delle banane è diventato uno dei techno club più estremi d’Europa con festini a base di droghe, fruste, catene ed altre delizie da darkroom berlinese. Diciamo che non era la Germania che “quelli” stavano immaginando, ma probabilmente non era neanche la migliore presentazione della rinata Germania post unificazione. E così dopo il 1995 feticisti e ballerini sono dovuti migrare verso altri spazi e il Bunker è finito nelle mani di un ricco magnate dell’ex Germania Ovest, il signor Boros appunto.

La trasformazione della fortezza nazista in galleria d’arte (con inclusa villa sul tetto) non è stata priva di difficoltà: gli spazi angusti e bui – che potevano andare bene per scampare alle bombe, conservare le banane o frustarsi con gli amici – non si prestavano ad accogliere i pezzi della collezione Boros (spesso grandi istallazioni ambientali) e gli architetti hanno dovuto per prima cosa sventrare l’edificio. Operazione difficilissima considerando le tonnellate di cemento armato da estrarre, ma anche e soprattutto i vincoli imposti dal valore monumentale del Bunker.

Il risultato assomiglia a una delle migliori invenzioni del Piranesi: i livelli della galleria si rivelano a sorpresa allo sguardo del visitatore, con impreviste aperture sulle opere d’arte e continui rimandi tra allestimento e installazioni, in un percorso labirintico di scale a doppia spirale, terrazzamenti, corridoi, vuoti improvvisi e camerette claustrofobiche. Le vestigia del passato (qualunque passato: bunker, frigo o darkroom) sono state conservate per costruire un dialogo intelligente e ironico tra i pezzi della collezione e lo spirito del luogo, il suo genius loci.

Nei primi mesi del 2017 l’intero allestimento è stato rinnovato e a partire da maggio (e per i prossimi quattro anni) sarà possibile ammirare una sezione nuovissima della vasta collezione Boros: rispetto al passato è stato dato meno spazio alla monumentalità (ricordo il grande contorto albero di Ai Wei Wei che occupava due livelli della galleria) o allo stupore dei sensi (la macchina dei pop corn di Michael Sailstorfer, che per anni ha riempito di caldo odore burroso i tunnel del bunker) privilegiando inserimenti minimal, opere di artisti giovanissimi e soprattutto recentissimi. Il filo conduttore (se si vuole trovarne per forza uno in questo labirinto dei significati e dei significanti) è legato alla produzione e al consumo di immagini “post-internet”: quel mondo vasto, confuso e virtuale dove tutto e niente pare avere senso eppure tutto è controllatissimo, sottoposto al calcolo di misteriosi algoritmi che decidono per noi quello che va visto, quando va visto, come va visto.

Diventa allora estremamente interessante il confronto fra questi spazi densi di storia passata, dove il controllo si manifestava in modi evidentissimi e terribili, e il presente che questi artisti stanno rielaborando, dove il controllo non si manifesta ma si inocula invisibile. E ai critici e ai detrattori che spesso hanno stigmatizzato l’uso di uno spazio nazista costruito da prigionieri a scopi per così dire “dilettevoli” si oppone con semplicità la risposta di Christian Boros: “tutti i dittatori hanno paura dell’arte”.  Così, nella collezione Boros, il genius loci rinasce per farsi Nemesi storica o Musa futura (e, visti i trascorsi, ce lo immaginiamo un po’ surreale, con il berretto di Fidel, la lingerie s&m, armato di frusta e banane, so typisch Berlin!)

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